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DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI^ AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, Al VARII GRADI DELLA GERARCHI A DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
PRIMO AIUTANTE DT CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XVI.
VOL. XXII.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCXLIII.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
E
ERA
J-jRA (Aera). L'era è presso a poco lo stesso che Epoca (Fedì), essendo anch'essa un punto fìsso, dal quale si principia a contare gli anni. Altri la definiscono una serie d'anni civili, adattata per con- tare i tempi, riferendosi a un pun- to storico od astronomico; ed al- tri l'epoca, cioè il principio cro- nologico di un qualunque fatto de- gno di particolare osservazione. La differenza però tra le ere e le epo- che consiste in questo, che le epoche sono punti fissi , determinati da cronologisti, e le ere sono punti determinati generalmente da qual- che popolo o nazione. Il dotto p. Menochio, nel tomo III delle sue Sluore, a pag. 364, parlando del .modo di computare gli anni se- condo l'era, dice eh' è stato assai differente in vari tempi e luoghi il modo di computare gli anni nel- l'istorie, come nelle scritture pub- bliche e private, perchè alcuni gli hanno contati dalla creazione del mondo, altri o dalle Olimpiadi dei
ERA
greci, o dalla fondazione di Ro- ma, o dai consoli, o in altra si- mile maniera. Osserva inoltre che si trovano notate le antiche me- morie , particolarmente di Spagna, con l'era, dicendosi nelle storie sa- gre e profane, nei concilii ed al- tre scritture, essere seguita questa o quell' altra cosa nell'era tale : e confrontandosi gli anni di essa con gli anni di Cristo, si trova che ebbe principio alcuni anni prima, laonde volendosi aggiungere all'era gli anni del Signore, doveva dirsi l'anno N. N. dell'era, di Cristo N. N. Supposto questo, nascono due dub- bi, il primo è del nome, cioè quale sia l'origine della voce Era; il se- condo, con quale occasione sia stato inventato questo modo di compu- tare gli anni. Alcuni hanno detto che non si doveva scrivere questa parola con M dittongo, ma con i aspirazione Hera s volendo che sia derivata da Herus3 il Signore. Altri sono stati del parere che si debba scrivere Aera> e che perciò
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sia così detto ab Aera, perchè nel bronzo si notassero il numero de- gli anni. Altri, che la prima lette- ra A deve dalle altre separarsi, e voglia dire abbreviatamente An- nus, e con le seguenti Annus eras, ovvero così A. ER. A. cioè An- nus eras Augusti, perchè vera- mente al tempo di Augusto ebbe il suo principio, o secondo altri Annus erat regni Augusti, facen- do con quelle lettere una sola pa- rola.
Il Baronio nelle annotazioni al Martirologio Romano, a' 22 otto- bre riferisce queste congetture , che sono di alcuni autori spagnuo- li che cita ; quindi aggiunge che la sua possa essere la più proba- bile, colla quale dà ragione del nome , e dell' istituzione dell'era. Questo autore si fonda su quanto scrisse Dione Cassio nella di lui storia, il quale mentre distintamen- te racco u la le cose seguite di an- no io anno, dice che nel consola- to di Marzio Censorino e di Cal- visio Sabino, furono da Augusto, per mezzo di Domizio Calvino, domati certi popoli della Spagna, e che ristesso Domizio raccolse tanta quantità di denaro dalla Spa- gna, che non solo bastò per le spe- se del trionfo, per le quali si so- leva dalle altre provincie dell' im- pero contribuire, ma fu eziandio sufficiente a riparare alcune fab- briche di Roma. Tiene adunque il Baronio per molto probabile, che questa copiosa contribuzione di de- naro, fatta dalla nazione spagnuola in quell'anno, nel quale cominciò l'era, ab aere colleclo, abbia avu- to il nome e l' origine, e che par- ticolarmente le provincie di Spa- gna si sieno servite di quel modo nel computare gli anni, in memo-
ERA ria di quel fatto, tanto segnalato e memorabile. Tuttavolta l'origine di questa parola è molto incerta. Alcuni la fecero derivare da aesj perchè indica vansi gli anni con cer- ti piccoli chiodi di rame, ed il Macri nelle Not. deJ vocab. eccL tra le diverse etimologie che ripor- ta, cita quella che fa derivare que- sta voce da JEs, perchè nelle mo- nete di bronzo si notava ed im- primeva l'anno corrente. Altri di- cono che la parola Era si dovreb- be scrivere èra. In cronologia a- dunque, un'era è un metodo rice- vuto di contar gli anni, i quali scorrono riferendosi tutti, secondo la loro successione, ad un punto fisso storico od astronomico, eh' è il principio di questa era. Così l'era cristiana è il metodo di con- tare gli anni trascorsi dopo la na- scita di Gesù Cristo, essendo l'an- no di questa nascita il primo del- l'era di questo nome. A voler qui riportare un ristretto delle ere prin- cipali, -di cui si sono serviti i ero- nologisti e gli astronomi, ci atter- remo ai migliori e più critici trat- tatisti delle ere diverse.
Ere anteriori a quelle di Gesù Cristo.
U era mondana degli ebrei fu istituita antichissimamente, ma al- cuni critici la fanno al più risali- re all'undecimo secolo dell'ersi vol- gare. Dagli ebrei viene chiamata l' era della creazione del mondo, e la incominciano 3761 anni avan- ti Gesù Cristo. Dunque il primo an- no della nostra era volgare è il 3762, secondo quella degli ebrei, incominciando in primavera giusta lo stile ecclesiastico, ed in autunno 4i questo medesimo primo anuo,
ERA per Io stile civile. L'era degli ebrei è regolata dal ciclo di diecinove anni, composto di dodici anni lu- nari, e di sette altri della medesi- ma natura, i quali ricevono un'in- tercalazione, quindi chiamansi em- bolismici.
Sull'era della creazione dicono i cronologisti, che la sagra Scrit- tura non fu data per soddisfazio- ne della curiosità; e la Chiesa, ob- bligandoci a venerare tuttociò che in essa si rapporta al domma, la- scia poi alle dispute i punti di scienza umana : come per esempio la questione sulla durata dei sette giorni della Genesi. Sarebbe più importante determinare i tempi dopo la creazione di Adamo ; ma la santa Scrittura neppur qui gli ordina altrimenti che col contare gli anni vissuti dai dieci patriarchi anti- diluviani. In ciò corre differenza tra i testi, e differenza tra gl'in- terpreti sul modo di ordinarne la serie, onde nasce la varietà tra i modi di contare gli anni dopo la creazione secondo i testi ebreo, samaritano, dei settanta in Euse- bio, di Gioseffo, di Giulio africa- no, di s. Epifanio, di Pelavio, e di altri. Avvertono i cronologisti, che i primi padri della Chiesa si attenevano alla versione dei set- tanta, come attesta Eusebio, il quale pure dichiara corrotti i nu- meri della Volgata, ossia del testo ialino della Bibbia; altrettanta dif- ferenza è nei patriarchi successivi al diluvio, cioè in quella che si chiama seconda età del mondo. Molte ragioni però militano a fa- vore della cronologia dei settanta, che sono criticamente riportate dai cronologisti; e Giuseppe Flavio, il più dotto ebreo, segui anch'egli la cronologia, come fecero tutti i santi
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padri, e scrittori ecclesiastici dei primi secoli. Più di cento dicias- sette sistemi s'inventarono per con- ciliare la storia sagra colla profa- na, tra' quali vuoisi il più lungo quello di Alfonso re di Castiglia, e di Piegiomontano, che pone la nascita di Gesù Cristo all'anno 6984 del mondo, mentre il vene- to Lippomano la ritrae all'anno 36 16. Il p. Riccioli stabilisce i cinque seguenti canoni intorno a questi sistemi:
i.° Dalla creazione del mondo a Gesù Cristo, nessuno conta più di 7000 anni, né meno di 3700.
2.0 Dal testo ebraico, dalla Volga- ta, e dalla storia umana, sem- bra più probabile che decorres- sero 4IQ,4 anni: in tale ipotesi non possono essere più di 433o anni, né meno di 3705.
3.° Dai settanta, e dalla più vera storia umana appariscono 5634 anni; in tale ipotesi è fatto non essere stati più di 5t)o4 anni , né meno di 5o54-
4-° Sebbene alcuni siensi ingegnati d'investigare l'origine del mon- do da alcuni caratteri del cielo, e dalla posizione delle stelle, e dei veri segni del zodiaco, ogni opera loro riuscì invano; e alle volte caddero in errori gravis- simi, attribuendo al mondo una età più favolosa che vera.
5.° Probabile è aver Dio creato il mondo 5634 anni avanti la nascita di Gesù Cristo.
Alcuni cronologisti sostituiscono a creato il mondo, creato l'uomo, perchè da Adamo soltanto comin- ciano i dati per valutare il tem-
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pò. L.a maggior parie ciegh storici
ie dei
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adottano il calcolo di Usserio, se- condo il quale nacque Gesti Cristo nell'anno 4°°4 dopo la creazione. Questa varietà non reca poi mol- ta confusione, giacche si riferisce soltanto ai tempi più antichi, e quasi affatto la si evita col segna- re gli anni non dalla creazione, raa dalla distanza da Gesù Cristo. I più moderni cronologisti dicono, che principal fondamento della cronologia sagra dopo la Bibbia, è la cronaca di Eusebio vescovo di Cesarea, della quale non si eb- be che piccola parte, fin quando il vicario del patriarca armeno ne scuopiì a Gerusalemme una tra- duzione armena, che portò a Co- stantinopoli verso il 1787, donde fu mandata a Venezia una copia nel 1790, che servì poscia per un' edizione fatta in Milano nel 18 18. Ma già più intiera copia se n' era avuta a Venezia stessa nel 1793, in cui si eseguì un'edi- zione nel medesimo anno 18 18 colla latina traduzione, che com- pie i frammenti già conosciuti.
Era di Abramo.
Questa incomincia colla voca- zione di detto patriarca, fissata a 201 5 anni avanti Gesù Cristo, ed al primo di ottobre. L'anno 2016 di quell'era incomincia con l'istes- so giorno immediatamente anterio- re al principio dell'era cristiana: Eusebio si servì dell' era di Abra- mo per la sua cronologia, e fu imitato da altri cronologisti cri- stiani.
Era delle Olimpiadi.
L' introduzione di quest' era si attribuisce nelle opere degli stori -
ERA ci greci, a Timeo scrittore sicilia- no, e posteriore al regno di Ales- sandro il Grande. Questa era venne però accettata lungo tempo dopo l' introduzione de' giuochi o- limpici nella Grecia, ed all'epoca di questa accettazione se ne fece riferire il punto iniziale a molti secoli addietro. Sull' epoca della istituzione de'giuochi, eranvi molte incertezze, per cui non potevasi ri- montare sino alla detta istituzione, laonde si cercò di scuoprire un punto fisso fuori da qualunque contestazione; e fu scelto quello in cui venne introdotto l' uso d' in- nalzare al vincitore ne'giuochi, del- le statue ed altri pubblici monu- menti. In tal modo si rimontò fi- no a Corebo, che pel primo otten- ne l'onore di una statua. Fu dun- que l' era delle Olimpiadi nella sua origine fissata a quella in cui Corebo aveva ottenuto un tale ono- re, cioè 776 anni avanti Gesù Cri- sto, formandosi ogni olimpiade di quattro anni, essendo i giuochi celebrati ogni quattro anni. L'usò delle Olimpiadi fu continuato sino alla fine del quarto secolo dell'era nostra. AH' imperatore Teodosio I viene attribuito l'editto, che vietò di contare per mezzo delle olimpiadi.
Era di Nabonassar.
E una delle più celebri ere, e delle più generalmente usate nelle diverse mutazioni dei tempi. L'a- stronomia ne ritrasse grandi van- taggi , perchè Tolomeo nel suo Almagesto conformò ad essa la da- ta delle osservazioni che trovò ne- gli scritti de' suoi predecessori . Teone, che fiorì dopo di lui, ne imitò l' esempio ; e la necessità di
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esprimere con termini uniformi l'epoca delle osservazioni che do- vevano fra di loro essere confron- tate, fece moltiplicare quest'esem- pio. Questa era prese il suo no- me da Nabonassar, considerato il fondatore del regno di Babilonia ; ed il suo principio è fissato al mezzogiorno di un mercoledì, che era il 26 febbraio dell'anno 747 avanti Gesù Cristo. Si serve que- sta era dell'anno vago, ossia di 365 giorni, senza intercalazione, essen- do stato tale l'anno egiziano.
Era di Roma.
L' era di Roma, che dicesi della fondazione della città, è posta da Vairone nel terzo anno della sesta olimpiade : da Verrio Fiacco nel- l'anno seguente, 755 o 754 anni avanti Gesù Cristo : da Catone poi nel 752. Infinite sono le dispute dei cronologisti per determinare que- sto tempo, paragonandolo anche ai celesti fenomeni. L' opinione di Vairone del 7^5, 21 aprile, è se- guita da Dione Cassio, Plinio mag- giore, Vellejo Patercolo, Claudio imperatore, Lattanzio Firmiano ec, ma Dionigi di Alicarnasso, e Tito Livio seguono 1' opinione di Cato- ne. Gli anni poi venivano notati più comunemente col nome dei due consoli, che reggevano la romana repubblica. Prima di Dionigi il pìccolo, la Chiesa e i Pontefici calcolavano il tempo per gli anni di Diocleziano, è pei fasti conso- lari, i quali fasti cominciarono dall'anno 244 delia fondazione di Roma, secondo i marmi del Cam- pidoglio; oppure 245 secondo l'e- poca di Varrone, vale a dire 5og avanti Gesù Cristo. In quanto alle ere degli altri popoli italiani, che
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Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell'unità romana, e cad- dero in dimenticanza.
Era di Alessandro il Grande.
È conosciuta altresì col nome di era di Filippo, o dei Lagidij e la morte di Alessandro n' è il punto essenziale. Il suo primo anno incomincia col ^i5 dell' era di Nabonassar, e nel 12 novembre dell'anno 324 avanti Gesù Cristo^ Somigliante in tutto alla succitata era, può essa considerarsi come un'appendice, e il rispetto che tutti i popoli dell'Egitto particolarmen- te professavano per la memoria del macedone conquistatore, fu il mo- tivo dell'istituzione dell'era di A- lessandro, o di Filippo Arideo suo figlio, oppure dei Tolomei, cioè i Lagidi suoi successori in Egitto, dove quest'era fu prontamente ri- conosciuta, lì suo primo giorno, il 12 novembre, non fu quello della morte di Alessandro, benché sia il punto iniziale dell'era; ciò deriva dall' uso che avevano gli egiziani di contare gli anni del regno de' loro principi, riferendoli sempre al principio del loro anno civile; ed il primo del loro mese thot dell'anno 42^ di Nabonassar, cadendo in queir anno nel dì 1 2 novembre, questo giorno diventò il primo dell'anno con cui comin- cia l'era di Alessandro. Gli astro- nomi se ne servirono spesso, come fecero alcuni scrittori de' primi se- coli dell'era cristiana.
Era dei Seleucidì.
Questa pur si distingue co' no- mi di era di Alessandro per con- fusione coll'era del conquistatore
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macedone, o per rapporto a suo figlio dello stesso nome; era dei greci, ovvero era dei Sirv-Mace* doni, Tarikd'houl-Karnain , ossia era dei contratti de' giudei di Si- ria, soggetti ai re greci. Questa era è una delle più conosciute, come delle più usate negli scritti, e sui monumenti; ed è perciò che tro- vasi nel libro de' Maccabei, sulle medaglie ed altre incisioni greche, nella storia ecclesiastica, ne'padri della Chiesa, e nei concili, nelle opere degli orientali, e particolar- mente degli arabi, i quali se ne servono ancora quando non fanno uso degli anni dell' egira. Tutti gli autori sono d'accordo intorno le cause della sua istituzione, ch'è l' innalzamento di Seleuco JNicatore al trono di Babilonia, dopo la dis- fatta di Demetrio Poliorcele a Gaza, e la morte di Alessandro re di Macedonia. Sono egualmen- te tutti d'accordo sull'epoca ini- ziale di quell'era, che è l' estate dell'anno 3 1 2 di Gesù Cristo. Se- condo l'opinione comune Tanno ba- bilonese sarebbe stato fisso a giorni 365 ed un quarto per questa mede-? sima epoca.
Era di Tolomeo Filadelfo,
Il regno di questo principe fu confuso coll'era di Dionigi l'astro- nomo. Dionigi istituì la sua era nel regno di Tolomeo Filadelfo, e ne riferì il primo anno al prin- cipio del medesimo; ma le due epoche iniziali non furono assolu- tamente le stesse: ciò che segue accenna quanto avvi di analogo, e di differente tra l'una e l'altra.
Era di Dionigi.
Questa era, tutta astronomica, componevasi di anni solari fissi,
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di dodici mesi, ciascuno de'quali portava il nome di un segno del zodiaco. L'epoca radicale della me- desima fu l'esaltazione al trono di Tolomeo Filadelfo, ed i cronolo- gisli non dubitarono punto a con- tare gli anni dell'era con quelli stessi del regno di Tolomeo. Su di che consultato l'Almagesto IX, 7, toni. II, pag. 170, essendo il primo giorno di Dionigi il 24 di giugno dell'anno 283 avanti l'era cristiana, essa incominciò nel sol- stizio di estate che precedette l'e- saltazione al trono di Filadelfo, fissata molto approssimativamente al 2 di novembre dopo il mede- simo solstizio.
Era di Tiro.
Baia re di Siria, avendo nel- l'anno 1 25 avanti Gesù Cristo ac- cordato ai Tiri l'autonomia, que- sti consagrarono un tale avveni- mento colla istituzione di una nuo- va era, della quale questo atto protettore fu il motivo, ed ab- bandonarono l'era dei Seleucidi. La nuova era incominciò col 19 ottobre, corrispondente al mese di hyperberetqus.
Era Cesariana di Antiochia.
Essa riguarda Giulio Cesare, e la vittoria da lui riportata a Farsaglia nell'anno /\.S avanti Ge- sù Cristo. Antiochia si servì di quest'epoca per le sue date, inco- minciando dal primo giorno del suo anno, che principiò nell'autun- no dello stesso anno 4^ avanti Gesù Cristo. La medesima città aveva altresì istituita un'era in onore di Pompeo Magno; quindi Giulio Cesare vincitore ottenne
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egual distinzione. Però non andò guari che all'era di Cesare suc- cesse quella di Augusto, che inco- minciò nel primo settembre; vi- gilia dell'altra famosa battaglia di Azio, ed in memoria di essa. I greci, i quali seguivano l'era Ce- sariana di Antiochia, la incomin- ciavano col loro anno medesimo, dal 49.
Era Giuliana.
Prese il suo nome da Giulio Ce- sare che riformò il calendario, ac- comodandolo per un anno di 365 giorni con un 366.°, intercalato ogni quattro anni; ed è questa la me- morabile riforma donde prese ori- gine 1' era giuliana. Essa incomin- ciò Tanno 45 avanti Gesù Cristo. Pel calcolo regolare de' tempi an- teriori a detto anno, i cronologisti si servono degli anni della stessa era giuliana, benché la medesima non esistesse ancora, ed è appun- to in questo caso, che si chiama- no anni dell'era giuliana proletti- ca. Tanto di questa era, come di diverse delle ere qui memorate, si tratta in parecchi ed analoghi ar- ticoli di questo Dizionario.
Era di Spagna.
Ebbe origine dalla conquista di tutta la Spagna fatta da Augusto nell'anno 39 avanti la nascita di Gesù Cristo, ed incominciò col primo gennaio dell'anno 38. Fu quindi di uso generale nella Spa- gna, in Africa, e nel mezzodì della Francia. L' accettazione generale poi deli' era Cristiana ne fece per- dere l'uso, e venne questa era a- bolita con decreto dell' autorità pubblica in Catalogna nel 1180;
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nell'Aragona nel 1 35o ; in Valen- za nel 1 358 ; in Portogallo nel 1 393 ; in Castiglia nel 1/4.22 , ed anco nel 1 4 1 5 secondo altri : questa era si regolava coll'anno giuliano or- dinario.
Era Aziaca.
La famosa battaglia d'Azio die- de occasione a questa era, la qua- le venne ammessa in diverse pro- vi ncie del romano impero con le seguenti differenze. In Egitto dove l'era fu primieramente istituita, il suo principio venne fìssalo al primo del mese tìiol3 ossia al 3o di agosto immediatamente ante- riore al giorno della battaglia, la quale succedette nel 2 settembre dell'anno 3o avanti Gesù Cristo; essendo il 3o di agosto il giorno giuliano fisso corrispondente al primo di thotì ovvero primo del- l'anno vago egiziano il 719 di Nabonassar. I greci d' Antiochia incominciarono l'era aziaca col pri- mo settembre del medesimo anno . In Roma quest' islessa era princi- piò col primo gennaio seguente, cioè dell'anno 29 avanti Gesù Cri- sto. Quest'era non ebbe lunga du- rata, e fu confusa collera seguente.
Era degli Augusti.
Parecchi sono i motivi che si danno per lo stabilimento di que- st'era; fra gli altri l'atto del se- nato che conferì ad Augusto la suprema autorità. Quello però che sembra più certo è lo stabilimen- to medesimo dell'uso dell'anno fìs- so da Augusto colT intercalazione. L'anno vago egiziano fu renduto fisso da Augusto colf intercalazio- ne di un 6.° epagomeno, od uà
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306.° giorno ogni quattro anni; Teone di Alessandria disse, che questa riforma ebbe luogo quan- do il primo giorno dell'anno vago egiziano corrispose al 29 agosto giuliano, il quinto anno del regno di Augusto secondo gli egiziani. È uniformemente riconosciuto che l'Egitto fu soggetto a quel prin- cipe fino dall'anno 29 avanti Ge- sù Cristo, e che la sua autorità vigeva in Egitto in quel medesi- mo anno. Il quinto anno di que- sta autorità equivaleva al i5 avan- ti l'era cristiana; in questo i5.° anno il 29 agosto giuliano cor- rispose in fatto al primo thot va- go egiziano; il 29 agosto giuliano dell'anno 25 avanti Gesù Cristo è dunque il punto iniziale dell'era degli Augusti, di cui si fece uso dal principio dello stabilimento dell'autorità romana in Egitto, e durante il corso dei primi secoli dell'era cristiana.
Era Cristiana , di Gesù Cristo 9 ovvero dell' Incarnazione 3 od Era volgare.
Fu ed è ancora quest' era di uso universale, principalmente nella chiesa latina, ed in occidente. N'è l'origine la nascita di Gesù Cristo, per cui fu lungamente disputato intorno all'epoca reale di questo grande avvenimento, e le più ap- prezzabili ricerche dimostrano che dovrebbe essa incominciare tre , quattro, o cinque anni prima del- l'epoca fissatale neh1* attuale nostro computo; su di che è a consul- tarsi l'opera de vulgaris aerae emen~ dottane del p. Sanclemente abbate camaldolese, stampata in Roma nel 1793. In quest'opera eruditissima, dimostra 1' infaticabile autore, che
ERA Cristo nacque net 747.° anno della fondazione di Roma , poiché egli dice non poter essere nato il Mes- sia ne prima del 746, ne dopo il 749. Non dopo il 749 perchè Cri- sto nacque vivente Erode il gran- de. Ma Erode morì nella prima- vera del 75o, come consta dalle monete di Erode Antipa, e dal 2 5 dicembre 749 alla primavera del 75o non poterono accadere quei fatti della prima infànzia del Re- dentore; cioè non solo l'adorazione de' magi, ma la fuga in Egitto , la uccisione degli innocenti ec, fatti che richiedono ben più di tre me- si. Aggiungasi essere nato Cristo mentre Ponzio Saturnino era pro- pretore della Siria, e fu tale fino al 748. Perciò Gesù Cristo non nacque dopo il 749, né nell'anno stesso 749, essendo nato ai 2 5 di- cembre come porta una costante veneranda tradizione. Non potè na- scere prima del 746, poiché Cristo nacque essendo il mondo in pace, ciò che non avvenne avanti il 746. Non nacque nell'anno 746 perchè si deve supporre che la beata Ver- gine il concepisse appunto nel tem- po della pace universale. E sicco- me la pace sotto Augusto avvenne nel 725, nel 729, e nel 746 nel mese sestile; perciò non si può dire essere stafo concepito il Messia nel 746, stando alla costante tradizione della sua nascita al 25 dicembre. Non nacque nel 748 poiché rimanendo ferma la sua nascita nel 25 dicem- bre, siccome nacque sotto Ponzio Saturnino pro-pretore della Siria, e di già nel 748 ebbe Ponzio per successore Varo, perciò sarebbe na- to Cristo sotto' Varo, e non sotto Ponzio Saturnino. Dunque non es- sendo nato il Redentore prima del h\$> non nel 746, non nel 748,
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non nel 749, né dopo il 749, ri- mane, secondo V opinione del dot- tissimo camaldolese, l'anno 747? a^ quale si dovrebbe attribuire la glo* ria della nascita del Messia. Que- sta opinione piacque assai al Pon- tefice Pio VI, allora regnante, di- modoché credevasi dai dotti di quel tempo, che il Papa avrebbe rinno- vato e corretto l'era volgare, chia- mandola Era Cristiana- Pio. Non devesi ommettere che l'era volgare incominciò dal primo gennaio del- l'anno Varroniano 754, 4^-° à*el- l'impero d'Augusto, perciò l'era Dionisiana ha origine o dal 754, o dal 753.
Ma l'uso prevalse alla scienza, ed è , seguendo un tal uso , che contasi presentemente l'anno i843 di detta era. 11 suo stabilimento non risale al di là del sesto secolo di Gesù Cristo. Dionigi per la sua statura appellato il piccolo o l'esì- guo, abbate in Roma, di nazione scita, cominciò il primo a prendere la data degli anni dalla nascita di Gesù Cristo, nel suo ciclo pasqua- le, verso l'anno 527 secondo al- cuni, o 54i secondo altri. A quel- l'epoca si dà il nome di Era cri- stiana, Era volgare, Era Dioni- siana. Per Taddietro si computa- vano gli anni del cristianesimo, qualunque ne sia stata la cagione, coll'era di Diocleziano. Sembrò al- l'ingegnoso Dionisio, siccome esper- to nelle matematiche ed in crono- logia, cosa non opportuna alla cri- stiana repubblica il computare i suoi anni dal nome del più fiero persecu- tore del nome cristiano, pensò egli dunque a formare un'epoca, la quale incominciasse dal glorioso nascimen- to di Gesù, e da questo ne trasse il nome. Dionisio la propose in Ita- lia, e venne accettata nel settimo
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secolo in Francia ed in Inghilter- ra. L'uso in Francia però non fu bene stabilito se non nell'ottavo se- colo, per la volontà e coll'esempio di Pipino, e del suo figlio Carlo Magno. I concili di Germania del 742, di Lestines del 743 , e di Soissons del 744» presero la data dagli anni dell'incarnazione; dal qual tempo, e massime da Carlo Magno, gli storici sono accostumali a pigliare la data dei fatti che re- cano, dagli anni di Gesù Cristo , dappoiché, dopo il regno di quel- l' imperatore l'usanza di mettere le date, servendosi degli anni della incarnazione, diventò quasi genera- le. Da ciò rilevasi, ch'essendo stala l'era cristiana istituita molti secoli dopo la nascita di Gesù Cristo, fu facile il variare, ed anche l'ingan- narsi intorno l' anno preciso di quella nascita medesima. Però i calcoli istorici non ne soffrono ve- run detrimento, ed il primo anno dell'era cristiana, essendo messo in concordanza coli' anno ben cerio di un'altra era, non ne può risul- tare né ommissione, né confusione. Il p. Lupi nel tom. I delle sue Dissertazioni, dice che la nascila del Redentore si deve fissare cin- que anni e sette giorni prima del- l' era comune , che non vi è mese, se si eccettui luglio, in cui non vi sia chi sostenga, essere nato Gesù Cristo, la cui nascita si deve fissare nella notte che precede il dì 25 dicembre. Sull'epoca dell'incarna- zione in uso ne' secoli ottavo, no- no e decimo ci dà erudite notizie il Borgia, Difesa del dominio della, Sede apostolica, pag. 93 e 94.
L'era cristiana, volgare, comune, o dell' incarnazione, è composta di anni giuliani. L'uso d'incominciare questo medesimo anno, fu variabile
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nel medio evo, come in seguito fu variabile la maniera di contare la successione degli anni secondo Pe- ra cristiana. È provato dai monu- menti scritti, che in diversi paesi incominciossi l'anno, i.° al primo di marzo; 2.0 al primo di gen- naio; 3.° al 25 dicembre; 4*° al 25 marzo, anteriore al primo gen- naio del numero 2.0; 5.° nel me- desimo giorno, ma contando un anno di meno; 6.° a Pasqua di ri- surrezione; 7.0 al primo gennaio, ma contando un anno di più del numero 2.0 Su questo grave pun- to si possono consultare gli articoli Anno, Anno del Pontificato, Bol- le, Calendario, ed altri relativi ar- ticoli del Dizionario.
Era di Costantinopoli.
Ha questa per origine la crea- zione del mondo, secondo la chie- sa greca, la quale conta 55o8 an- ni avanti il primo anno dell' era cristiana. Sebbene il reciproco rap- porto di queste due ere non pre- senti alcuna difficoltà, nondimeno ve ne può essere alcuna nella con- cordanza precisa degli anni, per la ragione che l'era di Costantinopoli sembra si servisse di due anni di- versi nel loro cominciamento, prin- cipiando l'anno civile col primo settembre, mentre per P anno ec- clesiastico il primo giorno fu il 2 r marzo, od il primo aprile. È egual- mente certo che gli anni dell'era mondana di Costantinopoli comin- ciavano col primo settembre , se- condo i greci, ed al primo gennaio, secondo i romani. Trovasi usata nel settimo secolo per le date dei concili, ed i russi la conservarono fino al regno del czar Pietro il Grande, epoca in cui essi sosti tui-
ERA rono l'era cristiana, con quella dif- ferenza che notammo all' articolo Calendario.
Era di Diocleziano, o de1 martiri.
L'esaltazione di questo principe all'impero fu per gli egiziani il mo- tivo, e l'origine dell'era che ne porta il nome. 11 calendario egi- ziano era già regolato da un anno fìsso, ossia di giorni 365 ed un quar- to, sino dai tempi di Augusto. E perchè gli egiziani contavano an- cora gli anni del regno degli im- peratori, incominciando dal primo giorno di quello, durante il quale saliva ciascuno di essi al trono , così essendo stato Diocleziano pro- clamato imperatore ai 17 settem- bre dell'anno 284, il 29 agosto precedente cioè il primo giorno dell' anno egiziano , fu da essi te- nuto come il primo del di lui re- gno; questo stesso giorno del me- desimo anno fu pure il primo del- l'era che istituirono in onore di quel principe. L'era di Diocleziano fu poscia chiamata era de martiri, a motivo delle persecuzioni sofferte dai cristiani pochi anni dopo. Su questa era il succitato p. Lupi ec- co quanto scrive. Dionisio, che forse per umiltà prese il nome di pic- colo, per quanto la rozzezza del suo secolo il comportava, appli- candosi in Roma a ristorare le scienze, prostrate per le invasioni barbariche, nel tradurre che face- va dal greco nel latino idioma vari opportuni libri, s'imbattè nel ciclo di cui la chiesa Alessandrina ser- vivasi per regolare la Pasqua ; e giudicando essere opportuno l'adat- tarlo al calendario romano, lo tras- portò dal greco, e dimostrò cori esso a' latini il vero metodo del
FRA computo orientale. Ma perchè gli alessandrini, secondo il costume molto diffuso in que' tempi, con- tavano gli anni loro tanto solari, quanto lunari dal primo anno del- l' impero di Diocleziano, che tanto insanguinossi nel sangue de' fedeli, fu questa era chiamata de' marti- li. Abborrendo Dionisio tal epoca, e giudicando indegna cosa, che do- vesse la Chiesa regolare i suoi com- puti sulla memoria d' un persecu- tore sì fiero, salì sopra l' era dei martiri, per quindici Enneadecaele- ridi o dieci novi ne d'anni , e calco- lando essere nel primo anno di questa nato il Signore, fu forse il primo, o almeno il più accredita- to , a contare gli anni dell' incar- nazione del Verbo. Quindi, essen- do bramosi i romani Pontefici di stabilire un metodo certo per re- golare le feste mobili , promossero nella chiesa di occidente V accetta- zione del ciclo orientale , secondo la versione fattane da Dionisio. Per conseguenza ne venne un grande utile alla storia ed alla cronologia, e la diffusione, insieme col ciclo Dionisiano, a tutte quante le na- zioni dell' era cristiana, benemerita per le memorie conservateci e di- stinte per ben tredici secoli, che da quel tempo sono trascorsi . Benemerita altresì potrebbe chia- marsi in riguardo de' tempi a lei antecedenti, se il conto fatto dal- l' erudito monaco affine di trovare la natività di Gesù Cristo, fosse stato felice egualmente, che labo- rioso.
Era dell'Ascensione,
Il greco autore della cronaca Pasquale, o di Alessandria, volle servirsi di un'era, il cui motivo fu
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l'Ascensione di Gesù Cristo in cie- lo. Secondo questa era, per le date da lui stabilite, il primo anno cor- risponde al trentanovesimo dell'era cristiana.
Era degli armeni.
Questa era propriamente detta , che servì vasi di un anno vago di 365 giorni senza intercalazione, eb- be per origine la separazione della chiesa armena dalla latina, in con- seguenza della condanna del con- cilio di Calcedonia, e per epoca iniziale il 9 luglio dell' anno 532 di Gesù Cristo. Inoltre usavano al- tresì gli armeni nella loro liturgia di un anno fisso od intercalato. Il loro primo giorno di questo anno fu fissato agli 1 r del mese di ago- sto giuliano. Adoperarono in se- guito il computo, secondo questo anno giuliano, e così trovaronsi in concordia, per i giorni coi latini , colla sola differenza di cifra per gli anni, a motivo della differenza delle due ere ec. Talvolta gli ar- meni nei loro atti servironsi anche dell'era volgare. Questo è quanto si raccoglie dai nostri cronologisti, ma a voler parlare con più esat- tezza riporteremo sull' era armena quanto si legge nella dotta opera intitolata Quadro della storia let- teraria dì Armenia, del rispettabile monsignor arcivescovo Sukias So- mal, abbate generale de' monaci ar- meni mecchitaristi di s. Lazzaro in Venezia, a p. 34 e seg. Parlando egli della letteratura del secolo VI, dice che questo fu per l'Armenia af- fritto da politiche turbolenze, e dal- le guerre sino dall'epoca in cui il tiranno Isderge troncò le comuni- cazioni coi greci. Però alla metà di tal secolo si eifettuò l'impor-
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tante correzione del calendario ar- meno, nel modo seguente.
Sì erano rettamente computati i tempi pel corso de' primi 532 anni dell'era volgare, ma da tale anno sino al 55 1 non vi era che confusione. A determinare un or- dine fìsso e invariabile, sì pel cle- ro che pel popolo, e per rego- larsi intorno alla annual ricor- renza della Pasqua, e pegli altri giorni festivi, si applicò di propo- sito Mosè II Elivardense, appena elevato alla dignità patriarcale di Armenia. Per sì grave argomento convocò nell' anno 552 di Cristo un sinodo nella città di Tevino, o Duvina nella provincia di Arara t; e siccome versato nella cognizione de' periodi e cicli solari, e di quan- to può dare norma a formar un perfetto calendario , così, coll'aiuto di parecchi suoi vescovi, e di altre erudite persone, stabilì alcune re- gole fondamentali , che all' ardua impresa servissero di base. Primie- ramente, acciocché in avvenire procedessero i computi colla bra- mata regolarità, nel medesimo an- no dell'era comune 553, agli 1 1 luglio fissò il principio dell'era ar- mena, cioè il primo giorno del pri- mo anno , il perchè sino all' anno i32o dell'era volgare, vi è tra questa e l'armena, la differenza di 552 anni. Siccome poi col volger dei secoli, a cagione dell'anno bi- sestile, cresceva l'era armena, e di- minuiva la detta differenza, fu cre- duto opportuno di aggiungere al- l'era armena nel i32o un altro anno, e ne risultò la differenza che tuttora sussiste d'anni 55 1. Ed è perciò, che a voler trovare a' no- stri dì l'era armena fa d'uopo dif- falcare 55 1 anni dall'era volgare, o a meglio dire devonsi sottrarre
ERA 552 anni , e il resto , aumentato di una unità, darà l' era armena. Quindi è , che il corrente anno i843 dell'era volgare, corrisponde all'anno 1292 dell'era armena.
Era di Hiesdedger.
Presso i persiani quest'era ebbe origine dall'esaltazione di Hiesded- ger al trono di Persia, che vuoisi avvenuta ai 6 giugno dell'anno 632 di Gesù Cristo. Regolavasi allora questa era coll'anno vago, ossia di 365 giorni. Continuò co- sì fino a Dagelaleddin, sultano di Khorasan . Ma questo principe nel- l'anno 4^7 dell'Egira, 1075 di Gesù Cristo, consultò il corpo de- gli astronomi, e venne quindi con- chiuso che l'anno dell'era sarebbe fisso. Fu determinato l'ordine dei giorni che sarebbero per questi effetti intercalati, fu fissato l'equi- nozio di primavera al 14 marzo giuliano, ed il principe ordinò che questa riforma del calendario a- vrebbe il suo principio coll'anno 471 dell'egira, ossia 1079 di Ge- sù Cristo. Questa era fu pure chiamata Melikana, essendo cor- retta de Melik-Sebah- Dagelaleddin. Del resto i persiani fanno l'anno di questa era di 365 giorni, quat- tro ore, 49 l$ > o", 48 ""; ed al- cuni astronomi la considerano co- me una delle ere più esattamente determinate.
Era dell' Egira.
Egira è una voce araba che significa fuga, e della quale gli storici, e i cronologi si servono per denotare l'epoca, da cui i mao- mettani cominciano a contare i loro anni, cioè dal tempo in cui
ERA Maometto fuggi dalla Mecca e Medina. Questo avvenimento ebbe luogo la notte del giorno i5 o 1 6 luglio, di venerdì, nell'anno 622 dell'era cristiana. Fino da quell'e- poca, stabilita per la prima volta da Omar, i mussulmani non con- tavano gli anni loro se non che dall' ultima guerra considerabile eh' essi avevano sostenuta. Alcuni scrittori arabi la incominciano ai 1 5 luglio : tutti i maomettani si servono di questa famosa era per le loro date, ad esclusione di qua- lunque altra. Gli anni dell' egira sono lunari, e distribuiti in cicli di 3o anni; diecinove di questi trent'anni sono comuni, ossia di 354 giorni ; gli undici altri chia- matisi intercalari perchè di 355 giorni, e questi anni sono il 2, 5, 7, 10, i3, 16, 18, 21, 24, 26, e 29. I mesi di queste due sorta d'anni sono in numero di 12, al- ternativamente di 3o e di 29 gior- ni : negli undici anni intercalari il 12.0 mese è di 3o giorni: è adun- que chiaro che i rapporti degli anni dell' egira, con gli anni del calendario gregoriano sono varia- bilissimi, la differenza naturale es- sendo di undici giorni fra questi due anni, e la diversità delle inter- calazioni aumentando ancora le differenze medesime. Di più: i giorni dell'anno dell'egira comin- ciano col tramontar del sole. A motivo pertanto di sì grandi varie- tà succede ben di rado, che un anno dell'egira incominci e termini nello stesso anno dell'era nostra "volgare. Ecco i nomi dei mesi tur- chi : r. Muharrem , 2. Sefer, 3. Reb-il-evvel} 4- Reb-il-aker3 5. Ge- masil-evvel3 6. Gemasil-aker, 7. Regeb3 8. Sciabar, 9. Ramasan3 10. Scewal, i\.Zilcade3 vii. Zìi*
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hagge. Ecco poi nomi dei giorni della settimana. 1. el-Ahatì 2. el- Thani, 3. el-Theleth, 4. el-Arba3 5. el-Khamis, 6. el-Giumea, 7. el- Sebt.
Era della repubblica Francese.
Benché di corta durata, impor- ta farne cenno, segnando molti at- ti ancora in uso, e potendo servi- re di regola per trovare la con- cordanza degli anni, dei mesi e dei giorni fra i due calendari di Gregorio XIII , e repubblicano. Se ne conoscono altresì molte ta- vole già fatte. Col 12 settembre 1792, in cui fu proclamata la re- pubblica francese , si promulgò una nuova era. Contava gli anni da esso 1792, cominciandoli la mezzanotte del giorno che succede all'equinozio vero d'autunno, per l'osservatorio di Parigi. L'anno di quest'era fu di 365 giorni, diviso in dodici mesi di trenta giorni per cadauno, e seguiti da cinque, o sei altri complementari, che aggiun- gevansi al fine. Un sesto giorno complementario aggiunto periodi- camente faceva gli anni sestili. Il mese era diviso in tre decadi di dieci giorni : i giorni denomina- va nsi primidì3 duodìf tridì3 quarti - dì ec3 il decadì doveva essere di riposo. I mesi erano divisi in au- tunnali3 in invernali, in primave- rili'_, ed in estivi. Gli autunnali e- rano: Vendèmiaire, Brumaire, Fri- maire . Gli invernali erano: Nivó- se3 Pluvióse, Ventóse. I primave- rili erano : Germinai 3 Floreal, Prairial. Gli estivi poi : Messidor, Thermidor, Fructidor. I quali no- mi flel calendario repubblicano rammentavano il progresso, ed i lavori successivi della campagna,
voi. XXII.
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oppure lo slato dell'atmosfera nel- le diverse epoche dell'anno. Il pri- mo giorno del calendario repub- Hicano era il 22 settembre per gli anni I, II, III, V, VI, e VII repubblicani, che sono il 1792,
I793>1794, '796> J797> e *798 gregoriani ; 2 3 settembre per gli nnni IV, Vili, IX, X, XI, XIII, e XIV che furono il 1795, 1799, 1800, 1801, 1802, 1804, e i8o5 gregoriani : finalmente il primo vendemmiale , corrisponde al 24 settembre dell'anno XII, ch'era il 180 3. L'anno VII avrebbe dovu- to essere comune secondo l'ordine gregoriano; ma invece i repub- blicani lo fecero bisestile, il che alterò la corrispondenza coll'anno nostro. Questo calendario durò meno di quattordici anni : il suo i4-° anno cominciando nel 2 3 settembre i8o5, terminò col 3i dicembre seguente, il quale corris- pondeva al giorno io nevoso an- no XIV. Un decreto del senato del 2 1 fruttidor, anno XIII, rista- bilì il calendario gregoriano, inco- minciando dal primo gennaio se- guente 1 806. Della durata delTef- fimera repubblica romana, procla- mala in Roma dai repubblicani francesi a' i5 febbraio 1798, e terminata a5 28 settembre del se- guente anno, si parla all'articolo Diario ni Roma.
ERACLEA 0 ERACL1A. V. Citta* Nova o Eraclea.
ERACLEA . Città vescovile e metropolitana della provincia di Europa, nella diocesi di Tracia, chiamata Pcrinthus, 0 Per\nta3 ed anche Pantiro. Essa fu sotto que- sto nome celebre per l'anfiteatro di marmo formato di una sola qualità di pietre, il quale fu tenuto per una delle meraviglie del mon-
ERA do. Eraclea è situala sul mare di Marmara in Romania, distante cin- quantadue miglia da Costantinopo- li, e settanta da Gallipoli. Ancora si vedono degli avanzi di grandi muraglie e di vecchi fabbricati. Al presente è una citta della Tur- chia europea nella Romelia, con duplice porto sul mare di Mar- mara, chiamata Erekli3 od Hera- clea. V. Tracia.
Eraclea, o Perinthus, fu celebre nelle notizie ecclesiastiche, giacche il vescovo di Bisanzio, poscia Co- stantinopoli (Fedi), come dicesi a questo articolo, era ad Eraclea soggetto. Fu Eraclea la sede del- l'esarcato di Tracia, che pur si disse esarcato di Romania, ed il suo arcivescovo era uno de' più conside- rabili della chiesa greca. La sua sede vescovile, eretta nel primo se- colo, nel secondo divenne metro- poli, e nel quarto fu elevata al grado di esarcato di tutta la Tra- cia, colle seguenti sedi vescovili per suffraganee: Phanarium, o Fa- nari, che poi si eresse in arcive- scovato; Bisia, o Bilsier, anch'essa eretta in seguito in seggio arcive- scovile; Gano, Gallipoli ed Arcà- diopoli, che pur furono decorate del grado arcivescovile; A tira o Metri, Turulus, Redasto, Miriofì- ti, Peristasi, Cheropoli; Apri seu Teodosiopoli, Drusipara, e Midia, tutte e tre divenute in progresso arcivescovati. Delcos, o Dercon ; Mai- ton, la quale eziandio ebbe l'ono- re dell'arcivescovato; Caclos seu Cyla, Sabadia, Afrodisios, Lisima- ca o Hexamili, Pamphili, Teodo- ropoli , Chalcis } Daonia , Lizici, tSergentza, e Adriana. Questa sede conta quarantotto vescovi, le cui notizie riporta il padre Le Quien, 11 eli ' Oriens Chrisl., lom. I, pag.
ERA. ERA 19 11 or e seg. Attualmente Eraclea, e quelli di un teatro scavato nel Hcracleen., è un titolo arriverò- monte. Cinque vescovi vi ebbero vile in partibus, che conferisce la sede, cioè Aploneto, Dionisio, Teo- Sede apostolica, con quattro sedi doro, Gregorio 1, e Gregorio li, suffraganee titolari, cioè Callipoli, come si ha dall' Oriens Christ., Dercon, Medea, e Miropoli. Su toni. I, pag. 906. Nella Siria sa- questa Eraclea o Perinto abbia- gra, a p. 260, sono le notizie di mo interessanti notizie, anche ec- Eraclea, sede vescovile di Palesti- clesiastiche, dal Eonarroli, a pag. na, città meridionale del Libano, 149 e seg. delle sue Osservazioni sotto la metropoli di Cesarea, il storiche sopra alcuni medaglioni cui vescovo Procopio fu presente antichi. ad un sinodo provinciale di Geru-
ERACLEA la Grande. Città salemme, celebralo ne' pi imi anni
vescovile della provincia di Ar- del sesto secolo dal patriarca Gio-
oadia, nel patriarcato di Alessan- vanni.
dria, nell'Egitto, sotto la metro- ERACLEA di S,ìlbace. Città
poli di Oxyrincus seu Behense, la episcopale della provincia di Ca-
cui erezione, al dire di Comman- ria, nella diocesi d'Asia, sotto la
ville, risale al nono secolo. Abbia- metropoli di Stauropoli. Questa
mo da Sozomeno, che s. Antonio sede nel concilio Calcedonese è
era di Coma, villaggio dipendente chiamata Heraclia Lyncestidum.
da Eraclea Magna, h' Oriens Christ., Policromo che intervenne al conci-
nel tom. II, pag. 579, dice che Ho d'Efeso, Menandro che fu a quel-
ne furono vescovi, oltre Pietro lo di Calcedonia, e Basilio che si
Meleziano, Pottamon, Ipaziano, ed recò al sinodo di Fozio, ne furo-
Eraclide. no vescovi. Oriens Christ, tom. I,
ERACLEA sul Latmo. Città ve- p. 904. scovile della provincia di Caria, ERACLEA Sintica. Città vesco- nella diocesi d'Asia, sotto la me- vile della prima provincia di Ma- tropoli di Afrcdisiade, cosi chia- cedonia, nell'esarcato del suo no- mata per essere sul monte Latmo, me, diocesi dell' llliria orientale, quindi sotto Stauropoli. La sede sotto la metropoli di Tessalonica, venne eretta nel secolo quinto, ed eretta nel quarto secolo. Nel sesto è pur conosciuta sotto il nome di divenne arcivescovato onorario dcl- Hagio Porto. Questa città dell' A- la diocesi di Bulgaria. Dicesi pure sia minore nella .Fonia, è situata Pelagonia3 e Xevosna. Plinio la in fondo al golfo Lalmico, sulle chiamò Eraclea Sintica, perchè po- rive del Lalmus. Fu vittima della sta nella contrada di tal nome, destrezza di Artemisia regina di all'oriente della città di Scotusa, Caria, che non avendo potuto e poco lontana dallo Strimone. prendeila per assedio, usò dell'ai- De' sette vescovi, che vi ebbero tifìzio per sorprendere i suoi abi- sede, di soli cinque si sa il nome, tanti senza difesa. Restò sotto il cioè di Evagrio, Quintillo, Beni- dominio di questa regina sino alla gno, Teodosio, e Giovanniciot di sua morte. Seguì la sorte della tutti ne dà le notizie 1' Oriens Jonia, e tra le sue rovine distin- Christ., tom. II, p. 82 e seg. guevansi gli avanzi di un tempio, ERACLEA del Ponto o Por*
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tici. Città vescovile dell'Asia mi- nore, della provincia Orioriade, nella diocesi di Ponto, sotto la metropoli di Claudiopoli. E situa- ta sopra un piccolo golfo presso il mare di Marinara, col nome di Erekii, o Eregri. Ora è una città della Turchia asiatica nell'Anato- lia, sangiaccato. 11 golfo è chiuso al nord da una piccola penisola, anticamente chiamata Acherusia Chersonesus. Erekii è cinta da un muro fiancheggiato di torri, e rinchiude varie moschee, bagni ed altri edifizi; ancora esistono avan- zi della sua passata grandezza. La rada ed il molo sono sicuri nell'e- state, a cagione delle alture che li circondano.
L'antica Eraclea stava a venti stadi di là dal Lycas, sopra una costa elevata, e dominante il ma- re. Tutti gli scrittori la celebrano come una delle più belle dell'o- riente. Si mantenne in repubblica governata dai propri magistrati in mezzo a due possenti sovrani, Mi- tridate e Nicomede, ai quali ser- viva di comune barriera. Si crede fondata dai milesii, ed accresciuta da una colonia di Augara, alla quale si congiunse un popolo di Beozia, oriundo di Tanagra. Que- sta colonia si mantenne in forma repubblicana sino a che Clearco se ne impadronì tirannicamente, il che fecero i suoi successori per quasi un secolo. Fu esposta alle invasioni dei gaulesi, ma riacquistò la propria libertà, sino al tempo che Mitridate, sconfitto da Lucul- lo, s'impadronì di essa facendo uccidere tutti i romani, che vi si trovavano. Il suo popolo numero- so, e le sue frequenti navigazioni sul Ponto-Eusino , la misero in grado di fondar Colonie, e fra le
ERA altre Chersoneso nella Tracia, e Calatide nella Mesia. Eraclea som- ministrò alcuni soccorsi a Tolo- meo contro Antioco, soccorrendo anche i romani colla sua marina, il che però non impedì a Cotta, collega di Lucullo, e malgrado il trattato offensivo e difensivo tra Roma ed Eraclea, di prenderla per tradimento, saccheggiarla, e quasi ridurla in cenere. Sdegnato il senato romano di tale turpissima azione, rinviò tutti i prigionieri , ristabilì gli abitanti nel possesso de' loro beni, e riparò la città. Augusto, dopo la battaglia d'Azio, pose Eraclea nel dipartimento del Ponto, congiunto alla Bitinia, ed in tal modo fu questa città in- corporata all' impero, sotto al qua- le crebbe in floridezza. Passò poscia sotto l'impero de' greci, e quando già incominciava a declinare, le si diede il nome di Penderachi, il quale sembra essere un nome cor- rotto di Eraclea del Ponto. Teo- doro Lascaris la tolse a David Comneno, imperatore di Trebison- da. Indi i genovesi s'impadroni- rono di Penderachi nella loro con- quista di oriente, e la conserva- rono fino che Maometto II, im- peratore de' Turchi, gli scacciò, e da tal epoca rimase in potere degli ottomani.
Le notizie ecclesiastiche ci dico- no, che Eraclea fu elevata a seg- gio vescovile nel secolo quarto, e nel decimoterzo diventò metropoli quando Claudiopoli, di cui era prima sufFraganea, cessò di esserlo. Conta dodici vescovi, che vi ebbe- ro sede, e sono: Eusebio, Teodo- ro I, Epifanio, Stefano, Giovanni I, Paolo, Melezio, JMiceforo, Teo- doro II, Giovanni II, e Metodio, giacché del decimo vescovo s'igno-
ERA ra il nome. Di questo e degli altri si leggono le notizie nell' O- riens Christ., tona. I, pag. 57 3. Al presente Eraclea, Eracleen., è un titolo vescovile m partibus infide- lium, che conferisce il Sommo Pontefice, ma dipendente dall' an- tica sua metropoli di Claudiopoli, egualmente sede titolare in parti- bus. Il Bonarroti, nelle Osserva- zioni storiche sopra alcuni meda- glioni antichi\ riporta erudite noti- zie sopra Eraclea di Ponto, da pag. 2j5 a 283.
ERACLEOPOLI. Città episco- pale dell' isola di Creta, nella dio- cesi dell' llliria orientale, sotto la metropoli di Gortina. Teodoro suo vescovo sottoscrisse al VII conci- lio generale. Oriens Christ.3 t. II, pag. 268. Tolomeo la chiamò Eracleo, e la pone sulla costa set- tentrionale di Creta.
ERACLIOPOLI. Città vescovi- le della prima Armenia, nella dio- cesi di Ponto, sotto la metropoli di Sebaste. Gli atti del VII concilio generale la chiamano Didachtoe, e le storie greche ne fanno un arcivescovato. Commanville la chia- ma Pedactoe seu Heracleopolis, e la crede eretta nel nono secolo, e quindi arcivescovato onorario. Que- sta città fu così chiamata quando l' imperatore Eraclio fece la guerra ai persiani. Ne furono vescovi An- tenogene, Giovanni, e Teodoro. Oriens Christ., tom. I, pag. 4^7.
ERARDO (s.). Nacque in Iseo- zia, e percorsi gli studi sacri, si recò in Germania a predicare il vangelo. In Treveri diede lezioni di sacra Scrittura. Avendo il santo vescovo Idolfo, nell'anno 753, rinun- ziato alla sua dignità per recarsi nella solitudine a terminare i suoi giorni, Erardo sull'esempio di lui si mosse
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verso Ratisbona, ed ivi fondò un monistero. Onorato del dono dei miracoli, ancor vivente, morì in questa città, e dopo morto, segna- lati prodigi resero celebre la sua tomba. Gli scozzesi ricordano il gior- no 9 febbraio sacro alla sua me- moria.
ERARIO (Aerarium). Tesore- ria del pubblico; e dicesi del luo- go destinato a conservare il teso- ro, e delle persone, che custodi- scono ed amministrano esso tesoro.
ERARIO PONTIFICIO. ^.Te- soro Pontificio.
ERASMO (s.). Illuminato da una viva fede, e tutto ardente di amo- re verso Gesù Cristo, predicava il santo vescovo Erasmo le verità del vangelo in que' tempi , nei quali regnando Diocleziano e Massimia- no, il cristianesimo veniva fiera- mente perseguitato. Non andò gua- ri, che preso Erasmo e condotto dinanzi al tiranno, fu obbligato to- sto a mutar consiglio, o ad assog- gettarsi ai più crudeli martori. Niente turbatosi il santo vescovo ad una tale intimazione, tutto gio- condo e sereno, sostenne quanto di più atroce immaginar poteva quel crudo. Cacciato dipoi in prigione tutto pesto e piagato, e per ec- cesso di barbarie fatto persino pri- vo di alimento, era esposto a mo- rire di fame. Liberato prodigiosa- mente dalla prigione, si diresse verso Lucrano, terra della Puglia, e sparse anche in que' luoghi l'e- vangelica semente con non dissi- mile zelo di prima. Molti e rapi- di furono i vantaggi, che colla pre- dicazione ivi ritrasse; recatosi fi- nalmente in Formiana, città non molto lungi da Gaeta, coli' esem- pio, colla voce , e col dono dei miracoli, santificò que' popoli in-
aa ERA
volti dapprima nelle tenebre del gentilesimo, e li condusse all'ovile di Gesù Cristo. Indebolito dagli anni, e molto più dalle fatiche e dalle austerità, mentre un giorno slava in orazione, udì una voce dal cielo, che gli disse: Erasmo mio fedele, perchè come buon sol- dato hai combattuto per me, vieni a riceverne la corona. Subito vide egli una corona ricchissima, che gli **ra portata dal cielo, e chinando il capo rispose: Ricevi, Signore, in pace il mio spirito: e con questo in figura di bianca colomba, ac- compagnato dagli Angeli, se ne vo- lò al suo Creatore , che dato gli avea fortezza nelle battaglie, e li- berato lo avea tante volte da' tor- menti e dalla morte. Mori li i giugno dell'anno 3o3. Il suo corpo fu deposto nella chiesa di Formia, e dopo trasferito a Gaeta, ove al presente trovasi onorato con gran divozione. Il martirologio assegna il 2 giugno solenne alla sua me- moria.
ERASMO Desiderio. Nacque a Rotterdam, verso l'anno i465, e di- venne poi apostata dell' Ordine a- gostiniano, ed autore di una setta di mille eresie, appena potute con- futare in ventidue libri da Alber- to Pio; colle quali eresie l'empio Erasmo preparò la strada in Ger- mania a Lutero, per disseminarvi le sue egualmente perniciose, e il suo astio contro i religiosi, arri- vando a chiamar giudaismo la teolo- gia. Sino all'età di nove anni fu chie- richetto nella cattedrale di Utrecht. Morto Gherardo suo padre, i suoi tutori lo costrinsero a prendere l'abi- to di canonico regolare di s. Agosti- no. Nel chiostro dimostrò somma assiduità allo studio , e grande ca- pacità: anzi compose alcune ope-
ERA rette di pietà, come quella del dis- pregio del mondo. Nell'anno i49* fu ordinato sacerdote, quindi passò a Parigi col vestito dell' Ordine a proseguire i suoi studi. Nel corso di pochi anni, andò e ritornò varie volle e per diversi motivi da Pa- rigi in Inghilterra. Ma mosso fi- nalmente da vivo desiderio di ve- dere l'Italia, nel i5o6 si recò a Bologna, ove dimorò un anno, e fu laureato in teologia. In que- sto mentre ottenne dal Papa Giu- lio II la dispensa da' suoi voti, e quindi da Bologna passò a Ve- nezia, come correttore nella cele- bre stamperia di Aldo Manuzio. Chiamato a Padova dal principe Alessandro figliuolo naturale di Ja- copo IV re di Scozia, lo seguitò a Ferrara ed a Siena, e da qui, ec- citato da'suoi amici, si condusse a Roma, ove fu benissimo accolto dal Papa e dai Cardinali , e special- mente dal Cardinale de' Medici , poscia Leone X. Dopo avere per- corso molti altri luoghi, e ricusati ovunque onori e dignità, si stabilì in Basilea. Neil' occasione in cui Leone X venne elevato alla santa Sede, col consenso di lui, gli dedicò la sua edizione greca e latina del nuovo Testamento, la quale fu gra- ve soggetto di molta critica. Tale ei a la stima, che di lui avea Carlo V, che lo fece consigliere de' suoi stati d'Austria; titolo che gli accrebbe credito e riputazione. Verso l'anno i520 compose le sue parafrasi sul nuovo Testamento, per cui mol- tissimi eccitarono la facoltà di Pa- rigi a censurare i suoi colloqui familiari , come conlenenti molti errori contro la fede ed i buoni costumi : ragione per cui Erasmo pubblicò con somma astuzia ed oc- culto dolo, alcune spiegazioni e di-
ERA chiarazioni sopra ogni censurata proposizione, e le indirizzò alla stessa facoltà , con una prefazione rispettosa ed onorevole ad esso corpo. Non è vero che per ammol- lire la di lui durezza Paolo III volesse innalzarlo al Cardinalato, e molto meno che gli conferisse una pen- sione di seicento scudi , essendo pur falso che gli offrisse consi- derevoli uffici. Clemente VII ed Enrico Vili, re d' Inghilterra , di propria mano gli scrissero, per trarlo ognuno appresso di se. Il re Francesco I, Carlo V, Sigis- mondo re di Colonia, Ferdinan- do re d' Ungheria e molti altri principi, tentarono in vano di rite- nerlo negli stati loro con notabili pensioni. Dopo averne perduto l'a- micizia, Lutero cercò colle più insi- nuanti espressioni di cattivarsi il suo animo, anzi stimolato Erasmo dagli amici suoi contro l'opinione di Me- lantone, compose un trattato che intitolò: Conferenza sul lìbero ar- bitrio, in cui attacca V errore di Lutero, senza punto toccare la per- sona. Se non che vedendo final- mente che il corpo de' pretesi ri- formatori diveniva ogni dì più po- tente in Basilea, si ritrasse nel 1529 a Friburgo, ove diinorò circa sett'anni affaticando continuamente. Nel i536 ritornò a Basilea, dove fu onorato con la dignità di ret- tore dell' università. Dappoiché eb- be riveduti i suoi scritti, e li pose in istato d'essere tutti stampati, morì d'una dissenteria a' dì 12 lu- glio d'anni settanta. Fu quivi se- polto, e nella piazza maggiore gli fu eretta una statua di bronzo, effetto della stima e venerazione*, che di lui aveano i basileesi.
Tutte le opere di Erasmo ven- nero stampate a Basilea nel i5/±o
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in nove volumi in foglio, con una lettera dedicatoria all' imperatore Carlo V. I due primi tomi, ed il quarto contengono le opere gram- maticali, rettoriche e filosofiche; il terzo comprende le sue lettere; il quinto i libri di pietà ; il sesto la versione del Testamento nuovo con le sue annotazioni ; il settimo le sue parafrasi parimenti sui nuo- vo Testamento; l'ottavo le tra- duzioni di alcune opere de' Padri greci ; ed il nono le sue geolo- gie.
Ad onta della riputazione che si procacciò col suo ingegno e dot- trina, Erasmo fu un perniciosissi- mo eretico, e li principali suoi er- rori sono notati dal Bernini nel Compendio delle eresie, a pag. 596. Mise in derisione i santi, e chi gli venerava, così fece dei divoti pel- legrinaggi, delle sagre cerimonie, ri- ti, feste, reliquie de' santi, delle chie- se, digiuni, e delle indulgenze. Scris- se contro la potestà del Papa, chia- mò tirannide de* preti le decreta- li, aggravando i sagri canoni ; ri- provò ne' sacerdoti e ne' vescovi il celibato, e preferì alla verginità il matrimonio che non sempre contò per sagramento; diceva superflua la confessione auricolare ; illecita la guerra de' cristiani contro il turco; proibito a' fedeli il giusto giura- mento, e lecita la bugia ; dubitò delle sagre Scritture, approvò l'a- rianesimo. Morì da mai cattolico, non però da luterano, poiché Ec- clesiae judicio se, librosaue sitos subjecil.
ERBIPOLI (Herbipolen.). Città con residenza vescovile nel regno di Baviera, chiamata anche JVurtiur burg o Wurzburgo, Virisburgum3 capoluogo del circolo del Meno in- feriore, e di due presidiali. E ia
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vaga situazione sul Meno, distante ventuna leghe da Norimberga, e quarantanove da Monaco . E sede di un commissariato generale, di una corte di appello, di una dire- zione di polizia ; cinta da un alto muro, e da profonda fossa, con sei porte. La città è divisa in due parti dal Meno , cioè la città pro- priamente detta che sta sulla spon- da destra, ed il quartiere del Me- no sulla sinistra sponda. Il fiume è attraversato da un bel ponte. Dalla parte del quartiere del Me- no, sorge su di una rupe alta quat- trocento piedi, la fortezza di Ma- rienberg, o Martinberg. Non è la città edificata regolarmente; tutta- via si osservano parecchie parti ele- ganti, ed un bel castello regio con giardini. Hannovi trentatre chiese, tra le quali si fa distinguere la cat- tedrale antica ; ammirandosi pure la cappella di Schonborn. Wurz- burgo possiede vari utili stabili- menti, come la casa degli orfani , molti spedali, università cattolica, la quale prima era diretta dai ge- suiti, che conta circa settecento stu- denti, ed alla quale appartengono una biblioteca, gabinetti di storia naturale e di fìsica, e l'importan- te ospedale Julius, che ha un isti- tuto di partorienti, un giardino botanico , un anfiteatro d' anato- mia ec. Questa città contiene inol- tre un ginnasio, un seminario nor- male , un seminario ecclesiastico , scuole ec. , ed un teatro. Erbipoli ha bei passeggi, ed i dintorni sono coperti di pingui vigneti. Antica- mente era capitale della Franco- nia, città libera ed imperiale , ma poscia ne divennero signori i suoi vescovi.
La fede fu predicata sul decli- nar del secolo VII, dallo scozzese
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s. Kiliano, o Chiliano, cioè verso l'anno 678, e s. Bonifacio arcive- scovo di Magonza, nell'anno 742, o 75 1, ovvero nel 760, l'eresse in sede vescovile, e vi stabilì un ve- scovo. Nella vita del Pontefice s. Zaccaria, si legge ch'egli nel 742 confermò l'erezione di questo ve- scovato, sotto la metropoli di Ma- gonza. Dopo l'anno u 65, il ve- scovo divenne principe del sagro romano impero, e duca di Fran- conia, al dire di Comman ville; ma secondo altri il re Pipino, in ve- nerazione del primo vescovo di Er- bipoli, li dichiarò duchi di Fran- conia, con diritto d'ogni giurisdi- zione civile. E malgrado 1' aliena- zione di una parte della Franco- nia, fatta dall' imperatore Enrico IV, i vescovi di Erbipoli, sino agli ultimi del secolo decorso , sempre conservarono la sovranità nella lo- ro vastissima diocesi.
Il primo vescovo fu s. Burcar- do. Altri santi onorarono questa illustre sede vescovile, come s. Ar- none, che edificò la cattedrale , e venne ucciso dai normanni nell'89 1 , quando sbaragliarono le truppe dell' imperatore Arnoldo. S. Bru- none, figlio di Corrado II, duca di Cario tia, rifabbricò la cattedra- le. Essendo andato in Ungheria nell'anno io45 coli' imperatore En- rico III, e cenando con quel prin- cipe, la soffitta della sala cadde improvvisamente addosso alle per- sone quivi riunite. L'imperatore soltanto n'andò illeso, e s. Bruno- ne ne mori in conseguenza delle ferite e lacerazioni riportate. Al- cuni dicono , che fu canonizzato verso l'anno 124^, e si celebra la sua festa a' 17 maggio. In quanto agli altri vescovi di Erbipoli , ne trattano gli scrittori ecclesiastici del-
ERB la Germania , massime di quelli della Franconia. Per terminare poi le antichissime differenze, ch'erano fra questo potente vescovo (la cui rendita si faceva ascendere ad an- nui scudi centomila) e l'abbazia di Fulda, Benedetto XIV, nel l'jSi, eresse questa in vescovato ; ed in compenso ai vescovi di Erbipoli, per lo smembramento che per ciò fece d' una parte della loro diocesi, coll'autorità della costituzione Ro- mana Ecclesia, data a' 5 ottobre 1 752 , presso il Bullar. Bened. XIV, tom. IV, p. 35, concesse il privilegio del pallio, e di farsi pre- cedere dalla croce astata nella lo- ro diocesi soltanto, come gli arci- vescovi, salve le prerogative dell'ar- civescovo di Magonza, alla cui pre- senza, o a quella de'Cardinali e dei nunzi ( qualora essi non glielo per- mettessero), non potrebbe usare di tali distinte insegne; cosi ancora nei comizii dell' impero, ai quali erano intervenuti come principi di esso, e sovrani di Erbipoli e suo dominio temporale. Questo vescovo, col cir- costante territorio, componeva un vescovato sovrano, con superfìcie di i65 leghe quadre, e popolazio- ne di circa duecento ottanta mila individui, che dopo il trattato di Presburgo del 26 dicembre i8o5, fu dato all'arciduca Ferdinando III gran duca di Toscana, in cambio del dominio sul vescovato di Salis- burgo accordato alla Baviera. Ma restituiti dopo il 181 3 a quel so- vrano gli etruschi dominii, rientrò Erbipoli sotto il bavaro regime, cui era stato concesso nelle note politiche vicende. Finalmente nel concordato fatto nel 18 17 tra il Pontefice Pio VII, e il re di Ba- viera Massimiliano Giuseppe, si con- venne l' erezione della chiesa di
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Bamberga in metropoli , Erbipoli in di lei suffraganea, e che la parte bayarica della diocesi di Fulda sareb- be aggiunta alla diocesi di Wirtzbur- go o Erbipoli, venendo stabilite le rendite, il capitolo, e quanto appartie- ne a questo vescovato. Tuttociò si ef- fettuò colla bolla del primo aprile 1 8 1 8, Dei ac Domini Nostri Jesu Christi, e nel concistoro de' 2 ot- tobre, Pio VII preconizzò in vesco- vo di Erbipoli, monsignor Adamo Federico de Gross della medesima città.
La cattedrale è dedicata a s. Andrea apostolo ; l'antica lo era al ss. Salvatore, il cui capitolo com- ponevasi di ventiquattro canonici capitolari , e di ventinove domici- liari. Attualmente è composto di due dignità, il prevosto ed il de- cano, di otto canonici fra' quali il teologo, ed il penitenziere, di sei vicari, e di altri preti e chierici addetti al servigio divino. Nella cattedrale, in cui avvi il sacro fonte battesimale, esercita le funzioni di parroco un sacerdote. Nella mede- sima si venera il corpo di s. Bru- none vescovo di Erbipoli, che al- tri chiamano e confondono con s. Burcardo (Vedi), che fu il primo vescovo di Erbipoli , o Wurtzbur- go, ed ebbe in successore Megin- gando. S. Burcardo venne seppel- lito prima nella cattedrale di Wurtz- burgo, poscia vicino a s. Chiliano, sul monte s. Maria, dove avea fat- to edificare un monistero col titolo di s. Andrea. 11 vescovo di Erbi- poli, Ugo, fu quegli che, con au- torizzazione del Pontefice Benedet- to Vili, fece la traslazione delle re- liquie di s. Burcardo ai 14 otto- bre del 983. In seguito l'abbazia prese il nome di s. Burcardo, che poi nel i4^4 fu cambiata in un
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collegio di canonici. Decente è l'e- piscopio. Oltre la cattedrale, nella città sonvi altre otto chiese par- rocchiali col battisterio: evvi il se- minario pei chierici, ed alcune con- fraternite. La mensa vescovile ad ogni nuovo vescovo, è tassata nei libri della camera apostolica, in fiorini seicento.
Concilii di TVurtzburgo, o Erbipoli.
Il primo si celebrò neh' anno 1 080, ed in esso venne ricevuto nella comunione della Chiesa En- rico IV imperatore. Regia t. XXVI, Labbé toni. X, Arduino tom. VI.
Il secondo ebbe luogo nel ii3o in ottobre, contro l'antipapa Ana- cleto II, ed in favore del legitti- mo Pontefice Innocenzo II, che vi la riconosciuto per tale, in presen- za dell'arcivescovo di Ravenna suo legato. Pagi, ad hunc an., Diz. dei Concili.
Il terzo si adunò a' 2 3 maggio 11 65, ma non è riconosciuto; al- tri lo registrano al 1 1 66 con Len- glet. L' imperatore Federico I, e quaranta vescovi, compresi quelli che non erano ancora consagrati , giurarono che non riconoscerebbe- ro mai il legittimo Pontefice Ales- sandro III, e che starebbero invio- labilmente attaccati all'antipapa Pa- squale III. Due inviati d'Inghilter- ra giurarono a nome del loro re Enrico II, che osserverebbero tut- lociò, che 1' imperatore avesse giu- rato. Pagi, ad hunc annum., Diz. de Concili j Mansi, Suppltm. t. II, col. 555.
Il quarto venne celebrato nel 1287, a' 18 marzo. Lo presiedette Giovanni vescovo di Frascati , le- gato del Pontefice Onorio IV in Germania. Gli arcivescovi di Ma-
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gonza, di Colonia, di Salisburgo, e di Vienna con molti de' loro ve- scovi sulfraganei, e molti abbati, vi compilarono un regolamento composto di quarantadue articoli o canoni, per la maggior parte ris- guardauti la disciplina ecclesiastica. In questi canoni si veggono i dis- ordini, che allora regnavano in Germania. Tra gli altri molti ec- clesiastici frequentavano le osterie, giuocavano ai dadi, entravano nei monisteri delle religiose, giuocava- no nei tornei, mantenevano concu- bine, entravano nei benefìzi per intrusione fraudolenta, e riceveva- no benefizi da mani laiche senza la collazione dell'Ordinario. I ve- scovi trascuravano in guisa la vi- sita delle loro diocesi, che trova- vansi persone sessagenarie, le quali non erano cresimate. Ne minore era il rilassamento presso i mona- ci: alcuni vestivano abiti secolari; si permetteva troppo alle religiose di uscire dai monisteri, e di prov- vedere in particolare al manteni- mento e al vestito loro. Per l'al- tra parte si dilapidavano i beni degli ecclesiastici, oltraggiavansi le loro persoue, erano impunemente uccisi , feriti , mutilali , carcerati ; tutti questi disordini erano l'effetto almeno in parte della lunga vacan- za dell' impero , della deposizione di Federico II, fatta nel concilio generale di Lione, dal Papa Inno- cenzo IV, ciocché avea ridotta la Germania in istato d' anarchia. I concili perciò radunati non vi op- ponevano che delle scomuniche e degl' interdetti ; deboli rimedi per mali sì gravi, particolarmente per le violenze, alle quali non si po- teva opporre che la podestà seco- lare. Regia t. XXVIII, Labbé t. XI, Arduino t. VII, e Diz. de Concili.
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Il p. Mansi, nel t. Ili, col. 129 e i3o del citato supplem., crede che debbasi aggiugnere agli atti di questo concilio quanto si legge nel- la cronaca di Eccardo, vale a dire che il vescovo di Toul, già fran- cescano, si oppose solo in questo concilio a ciò, ch'esigeva giusta- mente il Papa Onorio IV intorno ai beni ecclesiastici. Di più : un canone nel quale fu ordinato agli abbati, alle abbadesse, ai priori ec, che ritenevano alcuni possedimen- ti ecclesiastici per cauzione, avendo ricevuto più di quello che aveva- no prestato, dovessero restituirlo ai prelati delle chiese cui appartene- vano i detti beni in origine. Lo stesso p. Mansi nel tom. HI, col. 343 e seg. cita un' assemblea te- nuta in Erbipoli pel ristabilimen- to della pace in Germania nel i 1 2 1 ; e dice che non va confusa con l' altra di cui parla Anselmo di Gemblac, dappoiché in questa nulla fu conchiuso, ciò ch'ebbe luo- go neh' altra.
ERCAVICA, o ERGA VIC A. Cit- tà vescovile della Spagna Tarra- gonese, già abitata dai celtiberi , al sud di Bilbilis, ed assai una vol- ta considerabile. Tito Livio, par- lando della campagna di Gracco , dice che Eigavica, città illustre e possente, cadde in potere di lui. Strabone la cita come una di quel- le, il cui territorio fu il teatro del- la guerra tra Sertorio e Marcello. Secondo il Morales, Ercavica, che altri pur chiamarono Ergavico., era situata tra la città di Cesarea e quella di Malina, dove scorgesi pre- sentemente un luogo chiamato Mu- da di s. Giovanni, nel quale tro- vansi molte vestigia d'antichità ro- mane. Queste vestigia sono nel re- gno d' Aragona, a cinque leghe del-
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la città d* Albarazin , o d' Albari- zin, fre due villaggi chiamati Grie- gos e Gualatiaz, dove secondo l'an- tica tradizione del paese, era si- tuata la città di Ercavica. Si tro- vava lungi da Segobriga o Arco- briga, il cui vescovato era soggetto a quello di Ercavica, ch'eretto nel sesto secolo venne sottoposto alla metropoli di Toledo. Erangli pure soggette le sedi di Compiuto, pre- sentemente Alcalà di Henares, Si- guenza, e Falera o Valeria, sog- gettate poscia a Cuenca. Ervarica fu distrutta interamente dai mori, ed il vescovato venne trasferito in Albarizin, Lobetum, siccome il luo- go più proprio, ed il più fotte pei vescovi e pei cristiani, dopo avere avuto ventisette vescovi. Albarazin è suffraganea dell' arcivescovo di Saragozza ; la sua cattedrale è de- dicata al ss. Salvatore; il capitolo ha quattro dignità, otto canonici compreso il penitenziere, e diversi beneficiati. Un prete esercita ivi le funzioni di parroco, vi sono pure nella città due altre parrocchie, tutte munite di battisterio. L'epi- scopio è contiguo alla cattedrale; vi sono quattro monisteri, e con- venti di religiosi, ed uno di mona- che, come avvi il seminario, l'ospe- dale, e il monte di pietà. Ad ogni nuovo vescovo la mensa è tassata nei libri della camera apostolica in fiorini cinquanta.
ERCOLAJNI Luigi, Cardinale. Luigi Ercolani, discendente da no- bile famiglia di Sinigaglia, nacque in Foligno a' 17 ottobre del 1758. Mandato a Roma da' suoi sino dai più teneri anni, fu educato nel no- bile collegio Nazareno dei pp. Sco- lopi , e compì i suoi studi nella nobile accademia ecclesiastica , e quindi continuò a dimorare quasi
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sempre nella medesima città. Seb- bene egli sia stato l'ultimo super- stite maschio di sua doviziosa fa- miglia, nondimeno restò sempre celibe, e benché secolare fu ognora più intento alla pietà, che alle cose mondane. Allorquando nel 1814 felicemente fu ristabilito in Roma il paterno e soave governo ponti- ficio, egli per la fiducia e stima eh* erasi guadagnata, meritamente fu scelto fra i membri della con- gregazione di governo temporanea- mente stabilita, ed ebbe il mini- stero delle finanze, avendo già fat- to parte della deputazione delle medesime finanze al cessare dell'e- ra repubblicana. Non andò guari, che, senza percorrere veruna car- riera prelatizia, Pio VII lo anno- verò tra i suoi prelati domestici, e lo promosse alla cospicua carica di tesoriere generale. Ne funse l'uf- fizio con zelo, integrità, e con van- taggio de'luoghi pii, i quali pel cam- biamento dell'amministrazione stra- niera, che li avea soppressi , suc- cessivamente andarono a ripristi- narsi. Rapida perciò ne fu la pro- mozione alla sagra porpora; laon- de Pio VII agli 8 marzo 1816 lo creò Cardinale diacono, e lo riser- vò in petto: poscia lo pubblicò nel concistoro de' 11 luglio del mede- simo anno. All' articolo Diaconie Cardinalizie (Vedi), dicemmo co- me il Cardinale passò all'ordine presbiterale col titolo di s. Marco, essendosi ordinato sacerdote. Il me- desimo Papa, nel 18 18, lo fece ab- bate commendatario, ed ordinario dell'abbazia di s. Maria di Farfa, e di s. Salvatore maggiore. Di que- sto pastorale governo fa onorata menzione il eh. monsignor Marino Marini, nella Serie cronologica di questi abbati, a pag. 28, e quali-
ERC fica il nostro Cardinale uomo re- ligiosissimo, e degli indigenti largo sovvenitore. Ebbe egli questa ab- bazia per alcun tempo, prima in governo, poi in amministrazione, e dopo di lui fu dal Papa conferita al Cardinal Cavalchini. Ma questi, avendola quasi subito abdicata, ven- ne di nuovo Ercolani destinato a presiedervi, e la ritenne sino alla morte. Di questa abbazia il Cardi- nale fu provvido benefattore, sia col l'istaurare le chiese, cui fece dono di suppellettili ed arredi sagri , e sia col migliorare i fondi delle pa- niceli i e, facendo rifiorire il semi- nario di s. Salvatore, coll'incorag- gi mento accordato ai maestri, e col mantenervi a sue spese undici gio- vanetti. Ai suoi diocesani in più. modi fu utile, ed estese la sua ge- nerosità persino alla chiesa di s. Salvatore in Campo di Roma, per- chè soggetta all'abbazia di Farfa, operandovi utili ristauri. Fu inol- tre prefetto dell'economia della sa- gra congregazione di Propaganda Fide, e fece parte di quella de' ve- scovi e regolari, del concilio, della correzione de' libri della Chiesa o- rientale, della fabbrica di s. Pie- tro, di consulta, del buon governo, della lauretana , e dell' economica. Eziandio fu visitatore apostolico dell' arciconfraternita della ss. An- nunziata , e del monistero de' ss. Giacomo e Maddalena , non che con visitatore della pia casa de' ca- tecumeni. Fra le sue protettone, nomineremo la benemerita congre- gazione di s. Ivo, il collegio dei maroniti, e quello dei caudatari, le arciconfraternite degli agonizzan- ti, del ss. Crocefisso, di s. Girola- mo della carità , del monistero di s. Orsola di Foligno, delle bene- dettine di Corneto, e delle cappuc-
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cine di Fabriano ; dell' intero Or- dine carmelitano ; della congrega- zione del buon Gesù di Foligno , della città di Sinigaglia, di Pergo- la e di Poggio Mirteto. Fu an- che grande di Spagna, e gran cro- ce dell'Ordine della Concezione. D' animo grande, \isse con decoro corrispondente alle sue ricchezze , e con una carità verso i poveri , la quale non avea altri limiti, che quelli delle proprie forze. Dopo es- sere intervenuto al conclave per l'elezione di Leone XII, e di aver beneficato la sua chiesa titolare, al modo che dicemmo al voi. XII, pag. 88 del Dizionario, nonché i propri famigliali, assalito da una paralisi, con lenta e dolorosa ma- lattia finì di vivere a' io dicem- bre 1825, nell'età di sessantotto anni, e fu deposto in mezzo alla detta chiesa titolare, con corrispon- dente e decorosa iscrizione di elo- gio.
EREDIO (di s.) Elia, Cardina- le. Elia di s. Eredio volgarmente saint Yrieix, nacque in Attano, og- gidì s. Aredio nel Limosino, e pro- fessò nell'Ordine di s. Benedetto . Nel i335 divenne abbate di s. Fiorenzo, nella diocesi di Samur, e ricevette la laurea nel diritto ca- nonico. Ma spinto dal desiderio di condurre una vita più austera, co- me scrivono parecchi autori , ab- bracciò l'Ordine minoritico, presso il quale così si distinse nella più pro- vetta virtù, che il Papa Clemente VI, nel i345, lo promosse al ve- scovado di Uzes. Non mancano pe- rò scrittori, tra' quali Giorgio Eggs, nel Supplemento alla porpora dot- ta, i quali dimostrano con forti prove non esser vero quel passag- gio dalla benedettina alla france- scana famiglia ; e il Baluzio nelle
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Note alle vite de' Papi di Avigno- ne, t. I, tacendo questo fatto, scri- ve che il monaco Elia fu uditore delle contraddette. Nel novembre del 1 35 1 trovossi presente al con- cilio provinciale celebrato nella cat- tedrale di Beziers dal Cardinale Pietro del Giudice, arcivescovo di Narbona. Fu promosso quindi al Cardinalato in Avignone da Inno- cenzo VI a' 19 dicembre del i356, e gli fu assegnato il titolo di s. Stefano in Montecelio. Da questo però, nel 1 363, dopo la morte del Cardinal Alberti, passò al vesco- vado di Ostia e di Velletri. Fu an- che in seguito designato coi Car- dinali deputati a giudicare la cau- sa di Riccardo, arcivescovo di Ar- ni acano, contro i frati mendicanti. Innocenzo VI gli diede eziandio la commissione di esaminare la con- troversia insorta tra il vescovo di Valence e Aimaro conte di Poi- tiers, a cagione del castello di di- sta. Così pure Urbano V lo de- stinò giudice della quistione, che allora si agitava tra il capitolo del- la cattedrale di Parigi , e quello della collegiata di s. Benedetto. Pose fine alla mortale carriera in Avignone, l'anno 1367, e in quella cattedrale ebbe la tomba. Scris- se alcune opere, di cui al presente non si ha memoria alcuna : anzi da molti scrittori vengono piutto- sto attribuite al Cardinale Elia di Nabilan {Vedi).
EREMBERTO (s.). Nacque s. Eremberto nel contado di Poissy, e sentitosi chiamato allo stato mo- nastico andò a ricoverarsi nel con- vento di Fontenelle. Clotario UT, informato della santità e dottrina di Eremberto, lo propose alla sede vescovile di Tolosa. Obbedì egli contro sua voglia , e resse quella
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diocesi con saggio ed edificante governo pel corso di anni dodici , in capo ai quali, attesa la sua vec- chiaia e i molli acciacchi, non po- tendo più attivamente disimpegna- re il gelosissimo incarico, si dimi- se spontaneo, e tornò di bel nuo- vo al suo monistero, sotto la di- rezione di s. Lamberto, successo a s. Vandrillo. Morì santamente verso Tanno 671, e la sua festa è asse- gnata a' 14 maggio.
EREMITA (Eremita, Anacho- reta, vir solitarius). L'eremita è un uomo divoto, che si è ritirato nel- la solitudine, per meglio dedicarsi a Dio , attendere alla orazione, ed alla contemplazione delle cose ce- lesti, ed ivi vivere lontano dal con- versare del mondo. Eremita è voce greca, che significa solitario. Si di- stingue T eremita dall' Anacoreta (Vedi), perchè questi discostandosi dalia conversazione umana, vive so- litario nei deserti, cibandosi di er- be, o altri prodotti e fruiti della terra, ad imitazione di s. Giovanni Battista. Anacoreta poi si chiama colui, che nel proprio monistero vive separato dagli altri monaci chiusi nella cella, come sono, al dire del Macri, i camaldolesi ere- miti, ed i certosini. I maroniti li chiamano Habis, che significa im- prigionato. Appresso di essi vi sono anche vescovi , che nei monisteri fanno vita da anacoreti, chiusi, e separati dagli altri monaci, e vi- vono in perpetuo silenzio. Il Mu- ratori, nelle Dissert. sopra le an- tichità Italiane, nella dissero LXV, sull'erezione de' monisteri , e del- l'istituto de' monaci, dice che una volta furono rinomati anche gì'//*- chiusi, cioè gli eremiti antichi , la vita austera de' quali si tirava die- tro l'ammirazione d'ognuno. E fu
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dopo il terzo secolo della Chiesa, che cominciarono a vedersi uomini di tal pietà, che si confinavano nel recinto di una Cella (I ''etli), dove senza uscirne giammai menavano il resto della vita, superando coloro che si chiamavano anacoreti. Du- ro questa sorte di monaci per più secoli, e quantunque da Cassiano, e da s. Isidoro non sia approvato l'istituto loro, pure dal popolo ris- cuotevano una gran venerazione. Tali si possono chiamare anche gli stiliti, famosi in oriente. Trovatisi ancora vergini e donne, che chiu- se in qualche cella , seguitarono questa maniera di vivere. V. Ere- mo, e Disciplina Regolare.
Alcuni fanno rimontar l'origine della vita eremitica sino ad Elia, ed a s. Gio. Battista. Però l' opi- nione più comune è che s. Paolo primo eremita, nativo della bassa Tebaide, fosse il padre, ed il pri- mo degli eremiti. Le persecuzioni contro i seguaci del vangelo die- dero occasione ai primi cristiani d'ambo i sessi, di ritirarsi nei de- serti tanto per evitare le crudeltà dei tiranni, quanto per praticarvi gli esercizi della vita Asceta, o A' scetica (Vedi). Che la vita solita- ria e monastica venisse introdotta nella Chiesa sino dai suoi primi tempi, lo si legge nel Ruinart, Atti sinceri de martiri. Che poi lo stato eremitico sia eccellente in sé stesso, lo abbiamo dagli scritti de' santi padri pieni di elogi su questo pun- to. Parecchi fra loro vi hanno pas- sato una parte della loro vita, ed ingiustamente gli eretici la condan- nano, come dimostra il Bergier al- la voce Eremita. Egli dice : « alla parola Anacoreta abbiamo fatto 1' apologia della vita solitaria , ov- vero eremitica, e contro la stolta
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censura dei filosofi increduli, mo- strammo, che un tal genere di vi- ta non è un effetto di misantro- pia, ne una violazione dei doveri della società e dell'umanità, ne un esempio inutile al mondo, e con- futammo i tratti satirici lanciati dai protestanti contro gli eremiti ". Forse alcuni scelsero questo gene- re di vita per non essere dipen- denti, altri per nascondere il liber- tinaggio col velo della pietà; ma questi abusi non sono giammai stali comuni , ed assai ingiustamente gli increduli ne accusano i solitari in generale. Gli antichi storici, ed an- che i romanzieri parlano con ve- nerazione degli eremiti ; compren- devasi che se non ne fosse stata sincera la pietà , non avrebbero perseverato lungo tempo nella vita austera , che avevano intrapreso. Tra gli stessi protestanti si forma- rono alcune società, che, tranne il celibato, hanno molta rassomiglian- za colla vita degli antichi cenobi- ti: tali sono gli emuli, o ernute- rii , setta di entusiasti introdotta negli ultimi tempi nella Moravia , nella Veteravia, nell'Olanda e nel- T Inghilterra, conosciuti sotto il no- me di fratelli moravi.
Si distinguono due sorta di ere- miti ', gli uni sono attaccati a qual- che regola appartenente alla Chie- sa, e vivono sotto un legittimo su- periore ; gli altri non lo sono , e portano solamente l'abito, che pos- sono dimettere quando loro piace. I primi eremiti sono veri religiosi, e godono dei privilegi propri del elencato ; gli altri non lo sono, e perciò non lì godono. Di questi ultimi ve ne sono nelle chiese sub- urbane di Roma, e in qualche chiesa di titolo, o diaconia cardi- nalizia, poste ne'rimoti luoghi del-
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la città, i quali hanno la custodia di dette chiese, incedono in abito religioso di lana naturale, vivono di questue, ed oltre che dai supe- riori delle rispettive chiese, sono dipendenti dal Cardinal vicario. Qui appresso riporteremo i prin- cipali Ordini , e congregazioni di eremiti, secondo l'epoca de' tempi, in cui furono istituiti, i quali però nella maggior parte più non esi- stono.
Eremiti di s. Paolo. V. S. Pao- lo rumo eremita, Ordine religioso.
Eremiti di Monte Luco. Rac- conta il Bonanni , Catalogo degli Ordini religiosi, par. HI, pag. IX, che in un monte poco distante dal- la città di Spoleto, chiamato Mon- te Luco, vivono alcuni eremiti, i quali riconoscono la loro istituzio- ne da s. Giovanni di Antiochia. Questi si recò in Italia, fu creato vescovo di Spoleto dal Pontefice s. Caio, e patì il martirio sotto Mas- simiano 1' anno 3o4- Ciascuno di questi eremiti vive ritirato in sepa- rate celle, come gli eremi de' ca- maldolesi. Riconoscono però, e di- pendono da un capo chiamato il priore, che eleggesi ogni anno con voti segreti : vi sono sacerdoti e laici, i primi chiamati padri, i se- condi frali. Però tali eremiti pel- le vicende de' tempi, terminarono di esistere nel secolo decorso. L'a- bito nella forma partecipava di quello dei paololti, ed il colore era cannella scuro. Dopo averlo preso facevano un anno di noviziato, in- di erano ammessi nella congrega- zione senza voli , onde potevano ritirarsi, od essere licenziati. Si e- sercitavano negli esercizi spirituali e manuali ; potevano possedere be- ni stabili, e quanto raccoglievano dai benefattori ponevasi in comu-
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«e. Alcuni di questi eremili anda- vano scalzi , altri usavano scarpe o zoccoli, e fuori del romitorio portavano il cappello , il bastone e la sporta, come si vede nella fi- gura, che produce il Bonanni. Di questi religiosi si leggono le noti- zie storiche nel Jacobilli nella vita di s. Francesco di Paola, nel Leon- cilli, e nel Campelli nella storia di Spoleto. Ma da ultimo, nel i836, vennero compendiate dottamente nell' Orazione accademica illustra- ta con erudite notte, e detta per la solenne distribuzione de' premi dell' arcivescovile seminario Spole- tino. Ivi, a pag. 22, si legge che negl'impuri boschi, e ne' delubri del monte Luco, mercè i Benedet- ti e gl'Isacchi, ebbero culla i ce- nobiti di occidente. Si celebrano i superstiti eremi, e pel primo quel- lo maggiore di Nostra Signora del- le grazie, eretto dal vescovo di Spoleto Sanvitale, e dal Cardinal Cibo abbellito; cosi si parla del luogo prescelto a sua dimora da s. Isacco e suoi compagni e con- sorti nel martirio, che patirono sotto Domiziano e Massimiano. Si descrive il cenobio di s. Giuliano, la cui chiesa vuoisi uno de'migliori monumenti dell'architettura più re- mota del medio evo. Essa fu eretta da un altro s. Isacco, abbate coetaneo di 8. Benedetto, colla sovvenzione del- la santa vergine Spoletina Grego- ria. Ivi dicesi essere questo santo l' istitutore di quella schiera av- venturosa di santi eremiti, che po- polarono i romitori del monte Lu- co. I cenobiti di s. Giuliano adot- tarono poscia la regola benedettina, e con essa fiorirono per lunga età, ed ebbero santissimi abbati e mo- naci sepolti in detta chiesa, mentre le ceneri di s. Isacco riposano in
ERE quella di s. Ansano. S. Isacco vuoi- si scrittore di monastiche regole pei cenobiti del monte Luco. Negli eremi pur eretti con austeri ordi- namenti, rinnovati dal celebre Vi- gile vescovo di Spoleto, fiorirono romiti di provata santità, tra'quali fra Egidio di Gregorio da Spole- to, e il b. Gregorio di s. Brizio, che oggi si venera in un altare dedicatogli nella metropolitana spo- letina.
Eremiti di s. Agostino. V. Ago- stiniani O EREMITI DI S. AGOSTINO, ED AGOSTINIANI SCALZI.
Eremiti Camaldolesi di Tosca- na. V. voi. VI, pag. 297 del Di- zionario s tuttora esistenti.
Eremiti fondati da s. Guglielmo di Vercelli. V. Monte Vergine, tuttora esistenti.
Eremiti fondati da s. Gugliel- mo. V. Guglielmiti.
Eremiti di Monte Bello. V. Gi- rolamini fondati dal b. Pietro Gam- bacorta, tuttora esistenti.
Eremiti Girolamini. V. Girola- mini istituiti nel secolo XV in Fie- sole. V. Girolamini di Fiesole, non più. esistenti.
Eremiti Camaldolesi di Monte- Corona. V. voi. VI, pag. 3oi del Dizionario, tuttora esistenti.
Eremiti detti Coloriti. 11 p. Fi- lippo Bonanni gesuita, nella sua parte I del Catalogo degli Ordini religiosi, a pag. CXXXVII, tratta dell' eremita religioso detto colori- to, e ce ne dà la figura e le no- tizie. Racconta egli, che nel regno di Napoli eravi un Ordine reli- gioso, il quale si chiamava de' co- loriti da un colle di Calabria, co- si detto, situato presso la terra di Morano nella diocesi di Cassano, sul qual colle era un'antica e di- vota chiesa, dedicata alla gran Ma-
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dre di Dio. Un pio sacerdote, chia- mato Bernardo, nativo della terra di Regiano, fabbricò presso tal chie- sa un piccolo tugurio, dove, ve- stito un abito aspro di eremita, viveva in continue orazioni e peni- tenze, e venerato da tutti quelli che visitavano la chiesa. Perciò al- cuni furono allettati a vivere seco lui, e quindi la principessa di Bi- signano donò loro, nel i552, il colle con tutto il territorio.
Questa concessione, venendo con* fermata da Pio IV, nel i56o, si accrebbe in essa il numero degli e- remiti. Avendo poi ordinato s. Pio V, nel 1567, che tutti quelli i quali vestivano abiti differenti dai secolari, o li lasciassero o profes- sassero i voti religiosi, questi ere- miti elessero di vivere sotto la re- gola degli eremiti di s. Agostino; il perchè nel 1592 professarono pubblici voti, ritenendo però il nome di coloriti, e l'abito, eh' è una tonaca, un cappuccio largo e • tondo, sopra del quale usavano un mantello corto, il tutto rozzo, e di lana dei colore naturale , come di lana era la cintura. Volle però monsignor Fivizano, allora vicario generale dell' Ordine romitano di s. Agostino, che portassero sotto la cintura di lana quella di cuoio propria degli eremiti agostiniani, e che gli oblati la portassero sul- la tonaca. Questa congregazione con- fermata da Clemente Vili, si dilatò in guisa che nei primi del secolo de- corso contava undici conventi, go- vernati da un superiore col titolo di vicario generale. La vita di fr. Bernardo fondatore di questi ere- miti, nel 16 io fu pubblicata colle stampe da Gio. Leonardo Tufa- rello.
Eremiti di .9. Giovanni della
VOL. XXII.
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penitenza. Nel regno di Navarra, e principalmente presso la città di Pamplona, fiori questa congre- gazione religiosa, distribuita, come riferisce il Maurolico, in cinque eremi, in ciascuno de' quali vive- vano otto eremiti . Il primo si chiamava di san Clemente , il secondo della Madonna di Mon- serrato, il terzo di s. Bartolom- meo, il quarto di san Martino, l'ultimo di s. Fulgenzio. Vivevano con molta austerità, camminavano con piedi nudi, vestivano con pa- no grosso di lana, osservavano con- tinuo silenzio, cibavansi di legumi, e bevevano acqua; si disciplinava- no tre volte la settimana, ed ogni giorno nella quaresima ; dormivano sulle nude tavole , e portavano sempre pendente dal collo una cro- ce di legno assai pesante. La to- naca , che cingevano attorno ai lombi con cintura di pelle, era di colore lionato, come il corto man- tello, il quale ne cuopriva le spal- le. Fiorì questa congregazione di penitenti per molti anni soggetta al vescovo di Pamplona; ma reca- tosi in Roma il superiore, ottenne da Gregorio XIII l' approvazione delle costituzioni, e l'esenzione dalla giurisdizione vescovile, oltre la fa- coltà di eleggere un provinciale da cui tutti gli eremiti fossero gover- nati. V. il p. Bonanni, Catalogo degli Ordini religiosi, parte I, pag. CXXIII, ove pure ce ne dà la fi- gura. Tratta di questi eremiti an- che il Bergier, al proprio articolo. Eremiti di Roma. Narra il Fa- nucci, nelle Opere pie di Roma, che un certo Albenzio Rossi cala- brese, della terra di Cedraro, dopo avere per lungo tempo cercata l'e- lemosina per l'arciconfraternita del- la Carità dei cortigiani, e per le 3
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zitelle del Conservatorio di s. Ca- ieri fid. dt Fu nari (ledi), fondò coi soccorsi di pii benefattori in Ro- ma, e presso la porta Angelica nel- la città Leonina, un piccolo ospe- dale. Quivi egli riceveva i poveri romiti forestieri per alloggiarli , e prmcipalmente assisterli se infermi. Ad aiuto di questa opera elesse de' compagni , i quali cercassero l'elemosina, dicendo con voce alla: Facciamo bene adesso che abbia- mo tempo. Vestivano panno grosso di lana bianca, ed incedevano per Roma co' piedi scalzi , e col cap- pello in una mano, tenendo nell'al- tra la bussolelta per ricevere l'ele- mosine. Appresso 1 l'ospizio, o speda- le, eravi una piccola chiesa dedi- cata all' Ascensione del Signore , nella quale il fondatore di questi eremili co' compagni, recitava le litanie con altre orazioni. Il Paa- ciroli dice, che la chiesa con ap- provazione di Sisto V, fu fabbri- cata nel 1 588. La loro congrega- zione, che sembra incominciata nel i588, successivamente si aumentò senza professare voti religiosi, per cui molti individui presero l'abito eremitico. Nella chiesa Albenzio po- se una divota immagine della b. Vergine, la quale nel 1587 avea portato da Terra santa, e pei mi- racoli e per le grazie, che Dio ope- rava a favore di quanti con divo- zione ad essa ricorrevano, prese la denominazione di s. Maria o Ma- donna delle Grazie, e pel concor- so, e per 1' elargizione dei fedeli , massime del Cardinal Laute, si po- tè edificare la bella chiesa, che tut- tora sussiste , rimanendo sempre l'immagine in particolar venera- zione. Perchè poi rimanesse la me- moria dell'antico titolo della chie- sa , Albenzio le dedicò la prima
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cappella, eh' è sagra nll'AsceiiMcnc. Gli eremiti vivevano sotto la pro- tezione di un Cardinale con vita comune, dando ogni giorno da mangiare a tredici poveri, secondo l'istituzione del fondatore. Celebra- vano la festa dell'Ascensione, e quel- la della beata Vergine agli 1 1 giu- gno, perchè in tal giorno nell'an- no 16 18 fu per la prima volta esposta alla pubblica venerazione , ovvero perchè fece il primo mira- colo. L'abito adottato poscia da questi eremiti, è, come si vede nella figura riportata dal p. Bo- nanni, nel Catalogo degli Ordini religiosi, par. 111. pag. XIV, ove riferisce le notizie di essi. Consiste- va in abito di tela grossa bianca corto, mantello pure corto, cap- pello bianco. Siccome poi non por- tai ano calze, usavano scarpe o sandali , come scrive il Piazza , Opere pie di Roma _, pag. 35, capo X Dello spedale dell' 'Ascen- sione de' romiti a porta Angelica. Questo scrittore aggiunge, che Cle- mente X collocò in una parie del convento dei romiti un ospizio pei convertendi (Vedi), eie è per quelli che recavansi in Roma ad abiura- re gli scismi e le eresie, avendo contribuito a sì lodevole impresa il Cardinal Cesare Rasponi coli' e- redità a tal effetto lasciata. In pro- gresso di tempo l' ospizio venne trasferito ove ora sta , presso la chiesa di s. Giacomo Scossacavalli in Borgo. Cessando poi di esistere gli eremiti, in vece la chiesa ed il contiguo convento si diedero ai re- ligiosi della Penitenza (Vedi), delti degli Scalzetti, dopo la metà del secolo decorso. A detto articolo si riparlerà della Chiesa di s. Maria delle Grazie.
Eremiti di monte Senario. Nel-
ERE l'anno 150,3, Lelio Baglioni fioren- tino, generale dell'Ordine de' servi di Maria, vedendo che nel monte Settario, ove ebbe principio la sua religione, e dove erano sepolti i corpi dei beali fondatori, abitavano in luogo angusto tre suoi religiosi, determinò di fabbricarvi dappresso una chiesa, con decoroso convento. All'uopo ottenne, nel 1 601, da Cle- mente Vili, mediante la bolla De- cet, facoltà di porre ad effetto il suo desiderio, che eseguì a tenore della pontificia prescrizione . Nel nuovo convento pose sette sacerdoti con alcuni laici, i quali vivessero conforme alla primitiva fondazione, non mangiassero mai carne, digiu- nassero ogni seconda e quarta feria dell' anno e il venerdì , ma nella quaresima ed avvento il digiuno di tali tre giorni fosse di pane ed acqua ; come ancora prescrisse, che vivessero in perfetta vita comune. Questo eremo venne dichiarato a- derente al convento di Firenze, det- to della ss. Annunziata, e soggetto al generale dell' Ordine. Dipoi il medesimo Clemente Vili, colla bol- la In his rebus, confermò la pre- cedente, ed ordinò che tra gli e- remili fosse eletto un vicario, auto- rizzandolo ad accordare agli infermi di mangiar carne. Indi Paolo V ag- giunse col disposto della bolla Se- dis Apostolicae, emanata nel 16 12, la facoltà di accettare i novizi, miti- gando il digiuno in pane ed acqua nel mercoledì. Questi eremiti ve- stivano di panno nero, con to- naca, pazienza e cappuccio , con un mantello lungo, e colla barba come i cappuccini. Michele Fioren- tino, ed altri storici de Serviti {Ve- di), descrissero questo eremo, ed i religiosi eremiti, non che il p. Bo- natini, Catalogo degli Ordini religio-
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si, p. I, pag. CXXV1I, ove ne riporta anche la figura. Tali eremiti cessa- rono di esistere nel decorso secolo EREMO (Eremiti). Luogo solita- rio e deserto , soliludo, focus de- serlus , dove abitano gli Eremiti [Fedi). Pigliossi ancora sovente il nome di eremo per solitudine, o deserto renoso, ed ancora si chiamò eremitaggio o remilaggio, ed anco ere- mitorio e romitorio. Anticamente gli eremi erano in luoghi incolti e sel- vaggi, o anche nel più folto o nel più cupo delle foreste meno frequen- tale. I solitari, che vi si ritiravano, non crede vansi mai abbastanza lonta- ni dal commercio degli uomini; ma la fama delle loro virtù si spar- geva loro malgrado, e procurava ad essi a poco a poco ammiratori, di voti e discepoli, co'quali talvolta edificarono un monistero {Vedi) , coltivavano e mettevano a frutto i terreni che trovavano all'intorno, o anche diboscavano le foreste vi- cine. Perciò siffatti diboscamenti, e bonificazioni agricole furono soven- te cagione, che vicino a quegli e- remi primitivi si riunissero abita- tori, e formassero borghi e città. Loda la solitudine, ne dimostra i pregi con opportuni testi, massime di s. Bernardo de laudibus eremi, il Sarnelli nella lettera XLV1I , Dell'amore della solitudine, nel t. VII delle sue lettere ecclesiastiche. Dal p. Menochio, Stuore, tom. I, p. 604, abbiamo il cap. LVIII, del Monserrato di Spagna, dell'imma- gine di Nostra Signora, che quivi si venera , e degli eremiti, che spar- latamente abitano in quel monte. Degli eremiti , e della loro varia condizione, e tenore di vita, eru- ditamente tratta il Garampi nella dissertazione III delle sue Memorie ecclesiastiche.
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Narra il Sarnclli, loc. cit., che il celebre gesuita Toledo procurò in- darno presso Clemente Vili, che l'avea creato Cardinale, di rinun- ziare a tal dignità per ritirarsi in luogo solitario, e gliene scrisse os- sequiosissima lettera. Il Papa, che non voleva privare il sagro Colle- gio d'un uomo sì dotto e santo, lo fece chiamare e gli disse , che Dio voleva, che non lasciasse il suo uffizio; e licenziandolo, sorriden- do, soggiunse che insieme andreb- bono al deserto. Dalla solitudine di Majella nell'Abruzzo, fu tolto s. Celestino V, e collocato nella cat- tedra apostolica, ma per tornare ad essa, passati cinque mesi ed otto giorni , rinunziò solennemente al pontificato. E mentre Amadeo III, ultimo conte, e primo duca di Sa- voja, rinunziati i suoi stati, viveva nel romitaggio di Ripaglia, dagli scismatici del conciliabolo di Basi- lea fu eletto in antipapa col nome di Felice V, che poscia virtuosa- mente rinunziò per la pace della Chiesa. Del tempo in cui Amadeo stette nel romitaggio, e del tenore di vita ivi tenuto, parla nell'Isto- ria degli antipapi Lodovico Agnel- lo Anastasio, t. II, p. 2g5 e seg. Al presente gli eremi regolari so- no quelli degli eremili camaldolesi, come quello sopra Frascati, onorato dalla presenza di vari sovrani, e Cardinali, e da Benedetto XIV, lo è ogni anno dal regnante Grego- rio XVI. In quest'eremo, come nar- ra il Cardella nel t. VII, p. i42> nel 1666 fu tenuto un capitolo ge- nerale, composto di tutte le con- gregazioni dei camaldolesi, e pre- sieduto dal protettore di essi Car- dinal Volunnio Bandinelli.
ERESIA (Heresìs). Questa pa- rola greca, che al presente prende-
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si in mala parte, e che significa un errore pertinace contro la tede, non che i falsi e perversi domini e le opinioni contro il cattolicismo, in origine indicava una scelta, un partito, una setta buona o cattiva. Tale è il senso del greco hacresis, derivato da aeromai, prendo, scel- go, abbraccio. Dice vasi eresia pe- ripatetica, eresia stoica per indicare le sette di Aristotile e di Zenone ; e i filosofi appellavano eresia cristia- na la religione insegnata da Gesù Cristo. L'apostolo s. Paolo dichiara, che nel giudaismo avea seguito L'e- resia farisea, che fra gli ebrei era in pregio più di qualunque altra. Veramente, se eresia avesse allora significato un errore, questo nome for- se sarebbe convenuto più alla setta dei sadducei, che a quella de'farisei. An- che il Macri, nella Not. de vocab. eccl. , dice che questo nome tal- volta fu preso in buon senso dagli scrittori ecclesiastici. Sinesio chiamò Haeresim la filosofia; e Costantino imperatore servissi di questo voca- bolo per dinotare la religione cri- stiana, la quale Tertulliano ancora in buon senso chiamò divinavi se- ctam, de pali. cap. ult. L'eresia si definisce pertanto un errore volon- tario e pertinace contro qualche domma di fede. Altri la definisco- no un errore volontario ed ostina- to di un cristiano, riguardante una o più verità cattoliche, vale a dire verità rivelate da Dio, e proposte come tali ai cristiani dalla Chiesa. Quelli che vogliono scusare questo delitto, domandano come si possa giudicare se un errore sia volontario od involontario, colpevole od in- nocente, se proceda da una pas- sione viziosa, piuttosto che da una mancanza di lume. Ecco come ri- sponde il Bergiei ; i.°Che come la
ERE dottrina cristiana è rivelata da Dio, è una colpa voler conoscerla da se stessi, e non per mezzo di quel- li, cui Dio ha stabilito per inse- gnarla ; che voler scegliere una o- pinione per formarne undomma, è ribellarsi contro l'autorità di Dio; 2.0 Poiché Dio ha stabilito la Chie- sa, od il corpo dei pastori per am- maestrare i fedeli; quando la Chie- sa ha parlato, è un orgoglio perti- nace per parte nostra resistere al- la di lei decisione, e preferire i nostri lumi ai suoi ; 3.° La passio- ne, che ha guidato i capi di setta e i loro partigiani, si è manifesta- ta dalla loro condotta, e dai mez- zi che hanno adoperato per istabi- lire le loro opinioni. Aggiunge il Bergier, che Bayle definendo un Eresiarca (Vedi), suppone, che si possa abbracciare una opinione fal- sa per orgoglio, per ambizione di essere capo di partito, per gelosia, e per odio contro un antagonista, ec. e lo pruova colle parole di s. Pao- lo. Un errore asserito per tali mo- tivi certamente è volontario e col- pevole. Non può dirsi Eretico (Ve- di) colui che sostiene una cosa contraria alla decisione della Chie- sa, allorquando la sostiene in buo- na fede e per ignoranza. I teologi fanno varie distinzioni sulla eresia, come la formale, la materiale, e l'obbiettiva. La formale è quella di sopra accennata, vale a dire l'asse- rire una proposizione contraria alla fede, e questa ha tutti i caratteri op- posti a quella materiale, ed è in questo senso la massima .fuori del- la chiesa non vi è salute. La ma- teriale ha per oggetto una cosa contraria alla fede, che non si sa essere tale, per conseguenza, senza pertinacia, e colla sincera disposi- zione di sottomettersi al giudizio
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della Chiesa (Vedi). L'obbiettiva è pure contraria alla fede, sia che si conosca tale, o che non si conosca. I medesimi teologi dividono altresì l'eresia formale, in eresia mentale, o puramente interna, la quale non apparisce esternamente, ed in ester- na che si manifesta colle parole, o per qualche altro segno.
Iddio permise, che vi fossero e- resie sino dal principio del cristia- nesimo, e nel tempo in cui ancora vivevano gli apostoli, ad oggetto di convincerci che l'Evangelio non si è stabilito nelle tenebre, ma nella luce; che gli apostoli non sempre ebbero uditori docili, ma spesso trovarono di quelli eh' erano di- sposti a contraddirli; che se avessero narrati fatti falsi, dubbi, o soggetti a disputa, non avrebbero mancato di confutarli, e convincerli d'impostura. Gli stessi apostoli se ne querelarono, dicendo ch'erano contraddetti dagli eretici sopra i donimi (Vedi), e non sui fatti. Scrivendo s. Paolo a'Co- rinti, I, Cor., v. 19, disse loro: E necessario che vi sieno delle eresie, affinchè si conoscano quelli, la cui fede è messa alla prova. Come le persecuzioni servirono a distingue- re i cristiani veracemente attaccati alla loro religione, dalle anime de- boli e di virtù vacillante ; così le eresie separano gli spiriti leggeri da quelli che sono costanti nella loro fede; tanto riflette Tertulliano. Per altro era d'uopo che la Chiesa fosse travagliata, perchè si conoscesse la sapienza e la solidità del sistema che Gesù Cristo avea stabilito af- fine di perpetuare la sua dottrina. Era cosa buona, che i pastori in- caricati d'insegnare, fossero obbli- gati a fissar sempre i loro sguardi suir antichità, consultare i monu- menti, ricominciare senza iuterru-
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zione la serie della tradizione, non istaucar.si d'invigilare sul deposito della tede, ed essere stati costretti a farlo pei continui assalti degli eretici. Senza le dispute degli ultimi secoli, dice il Bergier, forse sarem- mo ancora immersi nello stesso sonno, che i nostri padri: dopo la turbolenza delle guerre civili la Chiesa suol fare conquiste. Qualo- ra gl'increduli vollero fare un sog- getto di scandalo della moltitudine di eresie, di cui fa menzione la storia ecclesiastica, non videro: i.° che la stessa eresia per ordinario si è divisa in molte sette, e alcu- ne volte ebbe dieci o dodici no- mi diversi; cosi fu de'gnostici, dei manichei, degli ariani, degli euti- chiani, e dei protestanti; i.° che l'eresie degli ultimi secoli furono una ripetizione degli antichi errori, come i nuovi sistemi di filosofia non sono che le visioni degli anti- chi filosofi; 3.° che gl'increduli stessi sono divisi in diversi partiti, e non fanno che copiare le obbie- zioni degli antichi nemici del cri- stianesimo.
Si osserva, che nel secolo de- cimo la divina Provvidenza dispo- se, che poche eresie turbassero la pace della Chiesa, in un tempo, che per la rozzezza, e sterilità del bene , e per l' abbondanza della malvagità , fu appellato il secolo di ferro, di piombo ed oscuro. La cattedra romana ne andò sempre esente, ed illibato si conserva il suo splendore, dappoiché, come dice il ven. Bellarmino, praefat. in lib. de Rom. Pont., » il Pontificato roma- >» no, non già nel consiglio urna- « no, non nella prudenza, non nel- " le forze per tanto tempo si è »» conservato , ma perchè questa • pietra è dal Signore siffattameu-
ERE » te rinforzata, divinamente pian- « tata, dalla custodia degli angeli *> circondata, e dalla Mugolar prov- » videnza e protezione di Dio mu- » Dita siffattamente, che le porte »» dell' inferno in ni un modo po- » Iranno prevalere contro di essa; « e queste porte vengono figurate » per le persecuzioni de' tiranni, o »> per la rabbia degli eretici, o pel » furore degli scismatici, o per la « scelleraggine e malvagità degli » uomini ". Imi in uri-abili sono le provvidenze prese dai romani Pon- tefici contro le eresie, ed i concili che furono perciò celebrati, come la istituzione della Congregazione del- la santa romana ed universale in- quisizione, detta del s. Off/zio (Fe- di), principalmente preposta alla estirpazione delle eresie, che sono di grave danno pei fedeli e per la Chiesa. Fu il Papa Giulio HI, che pubblicò una bolla contro i secolari , i quali s' intromettessero nel conoscere i punti di eresia ; ed allora il senato veneto ordinò, che nei domimi della repubblica , agli inquisitori ecclesiastici fossero ag- giunti de' secolari. Prima di Giulio
III, già il predecessore Alessandro
IV, de haeret. in sexlo, aveva proi- bito a qualunque persona laica, sotto pena della scomunica, di dis- putare sulle eresie. V. il Bernini a pag. 449> cne «porta le disposi- zioni di Alessandro IV contro gli eretici.
11 p. Menochio poi, nel tomo I delle sue Stuore, a pag. 586, ci dà il cap. XLV Come s'intendono quel- le parole che la Chiesa dice nel- lojfizio della beata Vergine : Gau- de, Maria Virgo, cunctas haercses sola interemisti iu universo mundo. Fra le ragioni che riporta , note- remo essere stata la Madre di
ERE Quello, clie ha scacciato le tene- bre di tutti gli errori, quale mae- stra degli apostoli, la dottrina dei quali getta a terra tutte le eresie; e perchè ha dato particolare aiuto a coloro, che sono stati i campioni della fede, e si sono opposti all'e- retica perfìdia. I protestanti soven- te accusarono gli autori ecclesiasti- ci, che fecero il catalogo delle e- resie, come Teodoreto, s. Epifanio, s. Agostino, Filastrio,ec. di averle moltiplicate mal a proposito, di avere messo fra gli errori alcune opinioni ortodosse od innocenti ; ma i nemici della Chiesa cattolica sono cattivi giudici in materia di dottrina. Parecchi autori posteriori fecero la storia e il novero delle eresie, fra' quali faremo menzione di due. Domenico Bernini ci diede l' Istoria di tutte l'eresie, che com- pendiata ed accresciuta da Giusep- pe Lancisi , venne per la prima volta pubblicata in Venezia nel 1737, coi tipi del Salviati. L'altra è dell'abbate Pluquet, che compilò il Dizionario delle eresie, degli er- rori e degli scismi, che va sotto il nome di Tommaso Antonio Con- tin C. R., per aver tradotta l'opera dal francese, ed accresciuta con nuovi articoli, note ed illustrazio- ni, di cui nel j 77 r fu pubblicata in Venezia, nella tipografìa Garbo, la seconda edizione, corretta ed au- mentata di un sesto tomo intorno le frodi degli eretici, per cura del- lo stesso Conlin. Jn quest'opera a pag. XXVI si legge un erudito catalogo degli scrittori eresiologi, dal primo secolo al decimosesto e seguenti inclusive ; quindi seguono tre classi di notizie storiche : la prima rammenta i principali scrit- tori d' istoria ecclesiastica , i quali di anno in anno , o di secolo in
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secolo tanno esposta l'istoria delle eresie; nella seconda sono nove- rati gli scrittori eresiologi , che hanno formata l'istoria di tutte, o di buona parte delle eresie; nella terza sono notati i compendiatori d' istoria ecclesiastica , o eresiolo- gia. Tale opera va però letta con qualche cautela, avendovi gl'intel- ligenti notata qualche inesattezza , ed anche qualche errore. Nel tomo IV del supplimento della Bibliote- ca sacra ec. delle scienze ecclesia- stiche, dottissima opera pubblicata in Milano dall'editore Fanfani, a pag. 294 e seg., si legge un utile ed erudito catalogo delle eresie e degli eretici principali dal secolo primo dell'era volgare fino al se- colo decimottavo, sino al numero di duecento ottantotto ; coll'avver- tenza che per altre novissime sette discoperte del citato decorso seco- lo, e in principio del corrente, pre- cise notizie si pubblicarono a Pa- rigi, nel 18 14, da M. Gregoire, coli' opera intitolata: Storia delle sette religiose, che dal principio del passato secolo fino all'epoca attua- le, sono nate, o modificate, o estin- te nelle antiche quattro parti del mondo. Però è noto, che se Gre- goire è un uomo stimato per la dottrina, è però un autore, il quale si deve leggere con diffidenza, es- sendo stato un vescovo costituzio- nale, che dicesi sia morto senza ri- trattare l'errore.
Ulteriori e più recenti notizie finalmente, oltre quanto dicesi ana- logamente in vari articoli di que- sto Dizionario, si possono vedere nella Continuazione della storia del Cristianesimo 3 proseguita dall' ab. Giovanni Bellomo, e pubblicata in Venezia da Girolamo Tasso nel i832 ; e nella Istoria universale
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della Chiesa, dalla predicazione degli apostoli fino al pontificato di Gregorio XVI, del barone Hen- rion, di cui abbiamo un* edizione italiana pubblicata in Mandrisio nel i838, dalla tipografia della Miner- va Ticinese.
I fonti cattolici, donde può im- pararsi con sicurezza a fuggire l'er- rore, sono i concili, massimamente i generali, e le costituzioni ponti- fìcie. Siccome gli errori dominanti tra i latini sono stati principalmen- te condannati dall' ultimo concilio generale tenuto in Trento, così la santa Sede esige, che nel professare la fede si segua il medesimo con- cilio, e si dichiari colla forinola detta di Pio IV. Gli orientali poi si assoggettano ad una professione di fede più ampia, che scorre per tutti i concili generali finora cele- brati. Siccome gli errori dei gian- senisti sono stati condannati spe- cificatamente da Pio VI, colla bolla Auctorem fidei3 se si tratta di essi bisogna riportarsi a tale veneran- do documento; e bisogna pure ri- portarsi principalmente alla bolla del medesimo Pio VI, se trattasi degli errori della costituzione det- ta civile del clero di Francia. I Pontefici successori non hanno ces- sato di emanare gli opportuni de- creti, ai quali i veri cattolici, figli docili della Chiesa, attendono per sapere in tutto e per tutto le trac- eie, secondo le quali devono nel credere appuntino regolarsi.
ERESIARCA ( Haeresiarchus , Haeresiarcha ). Inventore o primo autore di un' Eresia (Vedi), ov- vero il capo di una setta di Ere- tici (Vedi). Dissero alcuni prote- stanti, che non è facile sapere che cosa sia un'eresia, e che è sempre una temerità trattare un uomo da
ERE eretico. Ma, come osserva Rergier, poiché s. Paolo comandò a Tito di schivare un eretico dopo averlo corretto una o due volte (e. 3, v. io), egli dimostra che si può co- noscere, se un uomo sia eretico, o no, se il di lui errore sia innocen- te o volontario, degno di perdono o di censura. Quelli che pretesero doversi tenere come eresie soltanto gli errori contrari agli articoli fon- damentali del cristianesimo, niente hanno guadagnato ; dappoiché non v' è alcuna regola certa per giudi- care se un articolo sia o non sia fondamentale. Un uomo dapprima può ingannarsi per buona fede; ma tosto che resiste alla censura della Chiesa, cerca far proseliti, formare un partito, congiurare, fare rumo- re, non più la buona fede lo fa operare, ma V orgoglio e V ambi- zione. Quegli eh' ebbe la disgrazia di nascere ed essere allevato in se- no all'eresia, di succhiare sin dal- l'infanzia l'errore, certamente è molto meno reo; ma non si può conchiudere che sia innocente , specialmente quando può conosce- re la Chiesa cattolica ed i carat- teri, che la distinguono dalle diver- se sette eretiche, ovvero sospettar- ne. Tanto male, tanto grave dan- no, tutto si deve agli eresiarchi* Nel secolo primo della Chiesa in- sorsero gli eresiarchi Simone il Ma- go, Cerinto ed Ebione, Menandro, Imeneo, Filetto, ec. V. Semidei, Compendio della storia degli ere- siarchi_, Napoli 1737; e Travasa, Storia critica delle vite degli ere- siarchi del primo secolo della Chie- sa, Venezia 1752.
I più antichi eresiarchi sino a Manete capo de' manichei, insorto nel terzo secolo, inclusivamente fu- rono o alcuni Ebrei (Vedi), che
ERE volevano assoggettare i cristiani al- ia legge di Mosè, od alcuni paga- ni mal convertiti , che volevano sottomettere la dottrina cristiana alle opinioni della filosofia; dap- poiché i filosofi di que' tempi non videro senza gelosia un popolo che dispregiavano, divenuto senza stu- dio infinitamente più illuminato di essi sulle questioni più interessanti il genere umano, sulla natura di Dio e dell' uomo , siili' origine di tutte le cose, sulla provvidenza che governa il mondo, sulla regola dei costumi. Cercarono appropriarsi una parte di queste ricchezze, per far credere che si dovevano alla filosofia, anziché al vangelo. Una religione rivelata da Dio, che pro- pone di credere dei misteri , sot- tomettere la ragione e la curiosità al giogo della fede, vincolare le passioni colla morale severa del vangelo, questo è un doppio sagri- fì/io penoso alla natura ; non è perciò meraviglia, che in ogni se- colo si sieno trovati uomini poco disposti a farlo, o che dopo di a- verlo fatto, tosto sieno ritornati ad- dietro. I capi dell'eresie non fece- ro che portare nella religione lo spirito contenzioso, inquieto, gelo- so, il quale regnò sempre nelle scuole di filosofia. Gli eresiarchi più antichi, e che furono in istato di verificare i fatti riferiti nell'e- vangelo, non ne contrastarono mai le verità, e sebbene impegnati a screditare la testimonianza degli apo- stoli, non ne negarono la sincerità. ISe un eresiarca potesse preve- dere la sorte della sua dottrina , non avrebbe coraggio giammai di pubblicarla. Non v' è un solo, i cui sentimenti sieno stati fedelmen- te seguiti dai suoi proseliti , che non abbia prodotto guerre intesti-
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ne nella sua propria setta, che non sia stato confutato e contraddetto in molti punti da queglino stessi, che avea sedotti ; gli uni dicono anatema agli altri, ed entrambi ar- rossiscono del nome del loro fon- datore ; i luterani non seguono i sentimenti di Lutero, ne i calvini- sti quelli di Calvino. Nel terzo se- colo Tertulliano, nel lib. de prete- script.y descrisse anticipatamente gli eresiarchi di tutti i secoli ; ed E- rasmo ne fece un ritratto perfet- tamente simile. Rigettano, dice Ter- tulliano, i libri della Scrittura che danno loro fastidio , interpretano gli altri alla loro foggia, non si fanno scrupolo di cambiare il sen- so nelle loro versioni. Per acqui- stare un proselito, gli predicano la necessità di esaminar tutto, di cer- care la verità da sé stessa ; quan- do lo hanno acquistato non per- mettono più che loro contraddica. Lusingano le donne e gì' ignoran- ti, col far loro credere, che ben presto sapranno più che tutti i dottori ; declamano contro la cor- ruzione della Chiesa e del clero; i loro discorsi sono vani, arrogan- ti, pieni di fiele; camminano die- tro a tutte le passioni umane ec. ec. Gli eresiarchi nello spargere gli av- velenati loro dommi contro la pu- rità della vera fede, presero lo spe- cioso titolo di riformatori, con dia- bolica astuzia dimostrando ad ogni qualità di persone, che gli eccle- siastici della Chiesa romana vive- vano affatto alieni dalle regole del- la primitiva Chiesa, come dice- vano Lutero e Calvino. Per tal guisa gli eresiarchi acquistarono credito e concetto in modo da ti- rare molti altri al loro partito, non tanto dell'infima plebe, ma anco- ra della primaria nobiltà , illustri
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per untali, e pei vasti loro domi- mi, il che assai contribuì a dilata» re 7Ìe più i loro errori. Fede rito 11, il Grande, re di Prussia, ed anche celebre filosofo, parlando del protestantismo, dice che Io propa- gò in Germania l'avidità de' prin- cipi per occupare i beni ecclesia- stici ; in Inghilterra la passione del re Enrico Vili per le donne: in Francia una canzone, che aveva per ritornello: O frati, frali do- vete ammogliarvi.
ERETICO (Haerelicus). Segua- ce o difensore di una opinione contraria alla credenza della Chie- sa cattolica. Sotto epiesto nome non solo si comprendono quelli che in- ventarono un errore , e che per propria elezione l'anno abbracciato, ma quelli ancora , eh' ebbero la sventura d'esserne fino dall'infanzia imbevuti , e perchè nacquero da genitori eretici. Eretico, dice Bos- suet, è quegli che ha un' opinione sua, che segue il suo proprio pen- siero, e la sua particola r opinione; un cattolico al contrario segue sen- za esitare il sentimento della Chie- sa universale, giacche l'ereticità è l'opposto di cattolicità e di orto- dossia. Dicesi ereticità, o meglio e- resia, perchè appunto significa mar- ca di eresia impressa ad una pro- posizione colla censura della Chie- sa. Dimostrare poi l'ereticità o ere- sia di un'opinione, è far vedere eh' è formalmente contraria ad un domma di fede deciso e professa- to dalla Chiesa cattolica. Chiamami eretici negativi, quelli che, sebbe- ne convinti di eresia con prove incontrastabili, stanno sempre sulla negativa, dichiarano di avere or- rore della dottrina di cui sono ac- cusati, e professano di credere le verità opposte.
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L'eretico è propriamente quegli che, professando il cristianesimo ; sostiene con ostinazione un erro- re contro la fede, tanto se questo errore tende alla speculazione, quan- to se tende alla pratica. Tre sono le condizioni , che qualificano un eretico. La prima è la professione del cristianesimo, ed in ciò l'ereti- co differisce dal giudeo e dall'ido- latra ; non è però necessario che un uomo sia battezzato per essere eretico; poiché un catecumeno, il quale faccia professione di credere nel vangelo, e che negasse ostina- tamente qualche verità di fede, sa- rebbe eretico davanti Dio, quan- tunque non lo fosse in faccia alla Chiesa, in modo di esserne punito, perchè non vi appartiene ancora come non battezzato. La seconda condizione necessaria per fare un eretico, è di rifiutare di credere una verità rivelata, e decisa dalla Chiesa ; giacché la rivelazione, e la decisione di essa, assolutamente de- vono in ciò concorrere. Non basta per un articolo di fede che una cosa sia rivelata e contenuta nella parola di Dio, bisogna pure che Ja Chiesa abbia dichiarato che vi è compresa, e l'abbia proposta da credere come articolo di fede. La terza condizione è l'ostinazione, per lo che la buona fede, la semplicità, V ignoranza , la volontà di abban- donare l' errore se si conoscesse , impediscono che uno si chiami ere- tico. Il Bergier, all'articolo Eresia, in proposito ecco come si esprime: « Non pretendiamo asserire, che non vi sieno molti uomini na- ti nell' eresia , che per la po- ca loro cognizione sono in una invincibile ignoranza, per conse- guenza scusabile innanzi a Dio; ma per confessione di tutti i teologi
ERE sensati» questi ignoranti non devo- no essere messi nel numero degli eretici. Quanto a quelli che difen- dono un'opinione falsa e cattiva senza pertinacia, soprattutto se non I1 hanno inventata per un' audace presunzione , ma se l'hanno avuta dai loro genitori sedotti, e caduti nel!' errore, e se con diligenza van- no in traccia della verità, e sono pronti a correggersi, qualora l'a- vranno trovata, non si devono met- tere tra gli eretici ". Tale è il lin- guaggio dei teologi sulla nozione degli eretici. Passeremo ad accen- nare, coll'autorità de' medesimi teo- logi, le cose principali riguardanti gli eretici, sui loro giudicii, pene, commercio, libri, dispute, e sulle provvidenze prese dai sommi Pon- tefici sui seguaci dell'eresia.
Essendo l' eresia contraria alla religione ed allo stato, ove non sia ammessa la libertà e tolleranza dei culti, è un delitto ecclesiastico e civile insieme. E delitto ecclesiasti- co perchè combatte la dottrina del- ta Chiesa, lo è civile perchè dis- turba la pace de' regni , cagiona scandalo ec. Come delitto ecclesia- stico la conoscenza spetta al giudice della Chiesa, il quale deve dichia- rare quali sono le opinioni contrarie alla dottrina della Chiesa, e punire con pene canoniche coloro che le sostengono con ostinazione; come delitto civile la cognizione è devo- luta ai giudici secolari, che hanno maggiori o minori poteri secondo i luoghi.
Le pene decretate contro gli e- retici si dividono in temporali , o spirituali. Le temporali erano la confisca de' beni, ì'infamia, l'esilio, la prigione, la morte ec. ; le spi- rituali consistono nella scomunica, nella privazione della giurisdizione
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ecclesiastica, nell'irregolarità, nella perdita de' benefìzi , e nell'impo- tenza di possederne de' nuovi. Gli eretici incorrono pel solo fatto nel- la scomunica maggiore, non di di- ritto divino, ma solamente di di- ritto umano, secondo il parere del- la maggior parte de' teologi. Que- sta scomunica fu pronunziata nel concilio generale lateranen.se IV, celebrato dal Pontefice Innocenzo III, contro tutti gli eretici, con riserva al Papa, secondo il comu- ne diritto, e secondo i gradi della eresia. Le prime leggi fatte dai pri- mi cristiani contro gli eretici risa* liscono a Costantino, il quale, nel- l'anno 371, proibì con un editto le assemblee degli eretici, coman- dò che i loro templi fossero dati alla Chiesa cattolica, e confiscati. Il Bergier, all'articolo Eretico, ri- porta le successive repressioni de- gli eretici fatte da altri imperatori, e le leggi perciò pubblicate pro- scrissero gli errori , e ne arresta- rono la propagazione lagrimevole. In sostanza egli prova ad eviden- za , che i principii e la condotta della Chiesa cattolica furono costan- temente gli stessi in ogni secolo; cioè adoprare le sole istruzioni, e la persuasione per ricondurre gli eretici quando sono pacifici al suo grembo; implorare contro di essi il braccio secolare quando sono fe- roci, violenti e sediziosi. V. il vo- lume XVIII, pag. 3oi e seg. di questo Dizionario, ove si parla di alcune crociate contro gli eretici e gli scismatici. Il commercio, ossia- no i matrimoni cogli eretici, sono illeciti, quantunque validi, ed il Papa può colla suprema sua au- torità permetterli, su di che sono a vedersi gli articoli Dispensa, Di- vorzio, e Matrimonio. Sono illeciti
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perché proibiti dalla Chiesa, nei concili di Calcedonia, di Elvira, di Sardica, dal terzo di Cartagine, e di altri. Non sono invalidi, perché non dichiarati nulli, né dal diritto naturale, o divino, né da quello comune. Il matrimonio contratto fra due cattolici , non è sciolto quanto al legame, ma solamente quanto al letto ed all'abitazione, quando uno de' coniugi si fa ere- tico. Il concilio Tridentino senten- ziò l'anatema contro quelli, i quali dicono che un tal matrimonio è sciolto quanto al legame. E sciol- to dunque quanto al letto ed al- l'abitazione soltanto, come pure se- condo 1' uso della Chiesa.
E proibita la lettura de' libri eretici dal diritto naturale a tutti quelli a' quali questi libri sono dannosi, anche allorché avessero il permesso di leggerli, obbligando il diritto naturale tutti indistintamen- te, e ciò per evitare qualunque oc- casione o pericolo di perdersi. I trattatisti di queste materie danno le spiegazioni sulla estensione e restrizione di siffatto divieto. Sino dal nascere della Chiesa gli ereti- ci non si sono contentati di com- por libri per disseminare i lor er- rori, ne hanno anche inventato, e composto sotto il nome dei per- sonaggi i più venerabili dell'anti- co e del nuovo Testamento. Il No- vaes nella vita di Alessandro VI dice, che questo Pontefice verso l'anno i5oo fece delle leggi con- tro la stampa de' libri degli ereti- ci. V. il Zaccaria, citila proibizione de9 libri. Giulio III, a' 22 aprile i55o, con apostolica costituzione, rivocò a tutte le persone, eccettuali gì' inquisitori, le facoltà che potes- sero avere ottenute da' Pontefici suoi predecessori , per leggere o
ERE ritenere libri de' luterani, e di qual- sivoglia altri eretici. Perciò fu egli il primo Papa, che abbia fatta la prima generale proibizione de' li- bri eretici , poiché prima di lui ninna pontificia legge si trova, la quale generalmente proibisse la let- tura di libri simili, sebbene spesso ritrovatisi proibiti particolari libri degli eretici, o di particolari ere- sie. V. Indice de' libri proibiti.
Le dispute cogli eretici sui punti controversi sono permesse, giacche abbiamo da s. Paolo, Acl. e. 17, ad Tic e. 1, che disputava nelle si- nagoghe cogli ebrei , eli' egli vuole che un vescovo sia capace di cor- reggere, e di convincere quelli i quali contraddicono la verità. Nul- la di più comune nell'antichità ec- clesiastica, quanto le dispute de' pa- dri contro gli eretici, cui combat- tevano perpetuamente, tanto a viva voce quanto in iscritto, come lo provano le analoghe opere polemi- che; ma vi sono le debite regole e condizioni, acciò simili dispute sieno permesse. Il Bergier all'articolo Controversi a, dopo averla definita, disputa, o in voce o in iscritto sulle materie di religione , aggiunge : » Questa sorte di dispute sono ine- vitabili, perchè il cristianesimo sem- pre ha avuto ed avrà dei nemici : sono necessarie perchè niente si de-» ve trascurare per ricondurre nel buon sentiero i traviati. Se distur- bano la pace bisogna prendersela con quelli che ne sono i primi autori, e spiegano bandiera contro la dottrina della Chiesa. Perchè producano buoni effètti, è mestieri che da una parte e dall' altra non solo sieno libere, ma sempre tenute dentro i limiti dell' onestà e della moderazione". Fra i controversisti nomineremo a cagion di onore, il
ERE ven. Cardinale Bellarmino gesuita, il quale essendo stato mandato da Gregorio XIII a predicare in lin- gua latina, contro gli errori del luteranismo nelle Fiandre, vi an- darono ad ascoltarlo i più dotti protestanti, d'Inghilterra e dell'O- landa. Quindi il Papa lo destinò ad insegnare le controversie contro i protestanti, nel collegio Romano da lui fondato: quivi lavorò in que' trattati, che ci rimangono in questa importante materia. Fra le opere di lui, le sue Controversie, stampate più volte in quattro to- mi, saranno sempre un eterno te- stimonio della sua vasta dottrina, e del suo impegno per la difesa dell'autorità pontificia, essendo que- st' opera l'ampio arsenale, donde i teologi dopo di lui hanno cavato le loro armi contro gli eretici, ai quali niuno fu mai tanto formida- bile fra tutti i contro versisti. Van- no pur lodali, s. Francesco di Sa- les vescovo di Ginevra, che nelle sue prediche convertì settantamila eretici ; il gran Bossuet , Piccole , Pelisson, Papin, i fratelli Wallem- bourg, e, per non dire di altri, il dottissimo Cardinal Gotti domeni- cano, ed il celebre Cardinal Gerdil barnabita.
Intorno poi alle principali prov- videnze prese dai sommi Pontefi- ci sugli eretici, abbiamo, che san Pio I Papa, eletto nell'anno i58, ordinò che gli eretici venuti dalla eresia de'giudei alla religione cat- tolica, vi fossero ricevuti, e battez- zati. Vi fu una gran controversia tra il Pontefice s. Stefano 1, e s. Cipriano vescovo di Cartagine, il quale co' vescovi africani, e dell'o- riente sosteneva doversi ripetere il battesimo dato dagli eretici, ciò che da quel Papa venne proibito,
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e poi confermato dal concilio Pi- ceno. San Stefano I insistè sulla massima di nulla doversi alterare l'antica tradizione dalla quale con- stava che gli eretici tornati alla Chiesa, dovevano soltanto purgar- si colla imposizione delle mani, e non già col secondo battesimo; co- me ancora constava dalla medesi- ma tradizione, che il battesimo am- ministrato colle parole evangeliche era valido benché fosse ammini- strato dagli eretici o dagli scisma- tici, e costantemente il Pontefice protestò che il battesimo conferito colla debita forma dagli eretici , non dovevasi reiterare. Molti auto- ri sostengono, che questa contro- versia non fosse dagli orientali e dagli africani riputata cosa appar- tenente al domma cattolico, ma so- lo da essi creduta riguardare la semplice disciplina. V . il Marchetti, Esercii. Ciprianiche circa il batte- simo degli eretici. Papa s. Caio del 283, determinò, che nessun pa- gano od eretico potesse accusare i cattolici. Nel concilio lateranense, celebrato 1' anno 3 1 3 dal Papa s. Melchiade, venne condannato il ve- scovo africano Donato, capo dei donatisti, i quali negavano la vali- dità del battesimo dato dagli ere- tici.
Il p. Chardon, nel t. I, capitolo V della Storia de' Sa grani enti, tratta che non fu mai creduto doversi repli- care la Confermazione una volta ri- cevuta dalla Chiesa, e che dagli avvenimenti si esamina , se siasi creduto il medesimo circa quella data dagli eretici, con le diverse discipli- ne su questo grave punto, intor- no a che può vedersi l'articolo Con- fermazione (Vedi). Il medesimo Chardon riporta la benedizione sopra quelli che si convertono dal-
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l'eresia, e la maniera con cui la Chiesa riceveva prima gli eretici convertiti colla imposizione delle mani, accompagnata dalla invoca- zione dello Spirito santo, giacché nella maggior parte delle chiese orientali ed occidentali , si faceva l'unzione col crisma a quelli che ritornavano dall' eresia al cattolici- smo. Valfridio Strabone, il quale fiorì nel nono secolo, afferma, che al suo tempo, e prima ancora, gli e- retici si riconciliavano col crisma, e colla imposizione delle mani. Conchiude il Chardon, che nel più delle chiese gli eretici si ricevevano alla cattolica unità con que'mede- simi riti con cui si dava il sagra- meli to della Confermazione, e ciò forse non per confermarli di nuo- vo, ma solamente per impetrar lo- ro la grazia dello Spirito santo per unirli interiormente ed utilmente al corpo della Chiesa. Col ripeter- si tale unzione la Chiesa non in- tendeva reiterare il sagramento della Confermazione, perchè in con- ferire questa usava il termine di segno o segnatilo, e quando am- metteva gli eretici alla sua comu- nione adoperava il termine consi- gliare. Con questa diversità di opi- nioni manifestava la Chiesa le sue differenti intenzioni.
Vittore III, del 1086, in un con- cilio celebrato a Benevento, "vie- tò con pena di scomunica, di rice- vere dagli eretici i sagramenti del- la penitenza, e dell'Eucaristia. Av- visato il Pontefice Giulio III, che molte persone di tutte le condi- zioni, cadute in eresia differivano la loro conversione a motivo della pubblica penitenza, cui secondo le leggi ecclesiastiche dovevano subire con pregiudizio della loro riputa- zione, mediante la costituzione II-
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lius, presso il Bull. Rom. t. IV, par. I, pag. 2G7, ordinò che tut- ti quelli, i quali dentro tre mesi abiurassero i loro errori, eccettua- te le persone dipendenti dalle in- quisizioni di Spagna e Portogallo, con privata penitenza fossero dagli inquisitori riconciliati, e che gl'im- penitenti si costringessero colle pe- ne ordinarie, a soggettarsi alla Chie- sa cattolica. Nel pontificato poi di Clemente VIII, vedendo Enrico IV re di Na varrà, calvinista-ugonotto, che non gli sarebbe riuscito di a- scendere pacificamente al trono di Francia, se persisteva nella sua set- ta, domandò a'suoi ugonotti, se poteva salvarsi nella religione ro- mana, ed essendogli stato risposto affermativamente, disse : sarà dun- que meglio eli io vada in cielo re di Franciaì che re soltanto di Navar- ra. Cominciò quindi ad istruirsi ne' nostri dommi, ed ai5 luglio i5o,3 abiurò pubblicamente in Pa- rigi nella chiesa di s. Dionisio il calvinismo, professò la fede catto- lica, e ricevette dall'arcivescovo di Bourges l'assoluzione dalle scomu- niche incorse per l'eresia, lo che convalidò con bolla Clemente Vili, Divinae gratiae _, presso il Bull. Rom. t. V, part. Il, p. 127, dopo aver dichiarata nulla quella del- l'arcivescovo, perchè data senza la autorità della santa Sede. In que- sto tempo Gondislavo Ponze, spa- gnuolo di gran dottrina, pubblicò in Roma un Commentario, nel quale pretendeva di provare che il Papa non poteva dispensare un ricaduto nell'eresia per poter esse- re eletto re, al quale sentimento rispose egregiamente il francese Arnoldo Ossat, poi Cardinale, con un'opera, che allora però non ven- ne stampata.
ERE ERE 4- Sapendo Clemente XII, che mol- e da ogni parte eli frequente si ti eretici di Germania per tempo- odono confortanti e stupende con- iali interessi non abiuravano gli versioni dall' eresia r.lle verità dei- errori, pubblicò una bolla, nella la Chiesa apostolica romana; e il quale concesse ad essi il pacifico predominante puseismo d'Jnghilter- possesso de' beni ecclesiastici che ra, ravvicina di molto gli animi godevano, i frutti de'quali serviva- alle sante pratiche religiose della vera no al mantenimento delle loro fa- Chiesa. Laonde a gran passi procedia- miglie, purché alla religione cat- mo per un'era nuova e tutta gloriosa tolica facessero ritorno . Questa pegli annali del mondo cattolico, paterna provvidenza trasse alla ve- qualora il divin Padre de' lumi e ra fede un gran numero di ereti- delle misericordie continui a spai- ci. Volendo poscia nel ij35 leva- gere le sue celesti benedizioni sui re l'ostacolo per cui alcuni luterà- membri che vivono disgraziatamen- ui dei Palatinato, e del ducato di te separati dal centro e dall'unità, Neoburgo, non tornavano al giem- fuori della quale non avvi salvezza. bo della Chiesa cattolica, per ti- Florido altresì è lo stato attuale more di perdere i benefizi eccle- delle missioni in Europa, Asia, A- siastici dai loro maggiori usurpati, frica, America ed Oceania, dove i Clemente XII concesse loro, come veri discepoli di Gesù Cristo, in avea pur fatto coi sassoni, la fa- virtù della missione data da esso colta di poterli godere come prò- ai suoi apostoli, e trasmessa di pri, acciò non temessero di cadere generazione in generazione ai Io- in miseria. Qui noteremo, che tra ro legittimi succesori sino ai no- ie legr' imperiali sopraccennate, ev- stri tempi, non cessino di obbedire vi quella riportata dal Bernini, Sto- alla voce divina; essendo intente ria delle eresie, sec. VI. cap. IV, le numerose missioni a confermare cioè di Giustiniano I, il quale or- nella fede i cattolici, a promovere dinò che i cattolica figli di ereti- e predicare la dottrina di Gesù ci, potessero ereditare, e domandare Cristo, anche dov'è ignoto il nome gli alimenti, non però i figli ereti- cristiano, e ad illuminare gli sci- ci da' padri cattolici. Delle prodi- smatici e gli eretici sulle tenebre giose e repentine conversioni degli de'loro errori. Le nostre missioni eretici, tratta il Bernini, il quale sono perciò un'opera veramente del fa pur menzione dell' Ospizio dei tutto cattolica ed apostolica, sia ri- Convertendi (Vedi), eretto in Ro- guardo al principio ed ai mezzi, sia ma nella città Leonina, nel ponti- riguardo al modo e all' oggetto, ficato di Clemente X, pegli ere- Opportuno ed analogo a questo liei convertendi , già incomincia- argomento, ci sembra il far qui to da Giovenale Ancina e Maria- menzione dell' applaudita disserta- no Soccino prete dell'Oratorio, e zione del Cardinal Bartolomeo Pac- poi compito coi generosi aiuti dei ca, decano e principal decoro dei Cardinali Rasponi, Nini e Gastaldi, e sagro Collegio, e da lui stesso con tuttora fiorente. forza ed eloquenza recitata nella In questo maraviglioso secolo sala massima dell' università Ro- emiuentemente predomina lo spi- mana, per la solenne apertura del- l'ito e la tendenza al cattolicismo, la celebre e benemerita accademia
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di Religione cattolica, a' 27 aprile i843. Tolse egli a subbietto della dissertazione appunto la esposizio- ne dello stato attuale della Chiesa, e delle credenze religiose nei vari paesi di Europa, con quella piena cognizione storica delle cose, che gli danno una luminosa e lunga spcrienza degli affari, come delle persone, l'erudizione e la dottrina di cui è eminentemente adorno. In- cominciando dalla Germania, disse, che sebbene abbia a deplorarsi la perdita de' principati, delle badie e delle cospicue rendite fatta dal cle- ro nei secoli XVIII e XIX in quel- le contrade, tuttavia v' era oggi un motivo di consolazione nel rilevare dal confronto di quei secoli coi tempi nostri il risvegliamento dello spirito ecclesiastico, ed il riacceso zelo in quel clero ed in quei pa- stori. Dipoi, analizzando le varia- zioni infinite del protestantismo, in- dicò i suoi languori, prevedendone lo sfacimento. Dalla Germania tra- passando alla Francia vi ritrovò cagioni diverse, altre di gioia, al- tre di dolore. Sono queste il deismo, che debellato imbaldanzisce anco- ra, le associazioni del Fourier, del Saint-Simon, del Chàtel, i mille romanzi che guastano ne' giovanili intelletti ogni idea di moralità : so- no quelle l' istituto della propaga- zione della fede, che da Lione, ove nacque e si valido, promuove con ogni ragione di aiuti i trionfi del- l' evangelio ; sono la dottrina e lo zelo del clero e dell' episcopato , che stretti con intimo nodo alla cattedra della verità, combattono i nuovi e i rinnovati errori. Poscia invitò a piangere su le note vi- cende della chiesa spagnuola e por- toghese, riferendo l'origine di tan- to male alle iufluenze dell' Arancia
ERE e del marchese di Pombal : peroc- ché costoro, alleandosi coi filoso- fanti e sofisti della Francia, e se- guitando le teorie dei giansenisti , guastarono il pubblico insegnamen- to, e l'adito aprirono a libri pe- stiferi d'ogni maniera. Ancora ri- guardò l' Inghilterra, e si rallegrò del numero crescente delle chiese, de' fedeli, delle regolari congrega- zioni, a fronte del vivo impegno e delle forti opposizioni dell'anglica- no protestantismo. Per ultimo a- nimò gì' italiani a tenersi sempre più stretti alla cattedra di Pietro, e a guardarsi da coloro che vor- rebbero allontanare questo nodo soavissimo di unità religiosa, come si guardarono i padri nostri dal contagio calvinista e luterano. Tal mirabile discorso fu subito reso di pubblica ragione colle stampe di Do- menico Ercole in Velletri, bramando- sene da tutti avidamente la lettura. Alcune cose interessanti e ris- guardanti gli eretici, si leggono al- la categoria haeresis, et haercticos, nella Nolitia del p. Plettemberg del- la compagnia di Gesù. Gli errori, le costumanze nefande attribuite ca- lunniosamente ai cristiani dagli e- retici, i quali più volte per pravi fini alterarono gli atti dei marti- ri, si leggono nel p. Ruinart, Al- ti sìnceri dei primi martiri della Chiesa cattolica. Che gli eretici fos- sero cagione di molte e gravi dis- sensioni sino dal principio della Chiesa, e che mai sempre i catto- lici zelassero con grandissima atten- zione di ri condurli alla vera fe- de , ne tratta il p. Mamachi, Dei costumi de3 cristiani. Della forinola che usano i romani Pontefici scri- vendo agli eretici, e della benedizione apostolica, che alcuni di loro non dubitarono dare ai medesimi , si
ERE può vedere nel voi. V, pag. 65 e 6G del Dizionario. Finalmente no- teremo, che non si usa più di ri- cevere gli eretici con una specie di confermazione, di cui parlam- mo di sopra . Abiurano i loro errori, s'impone loro una peniten- za salutare, e poi si assolvono dal- la scomunica in forma Ecclesiae consueta.
ERETRA o ERITREA ( Ery- threa). Città vescovile della diocesi d'Asia, e nell'esarcato del suo no- me ; una delle dodici della Jonia, in una penisola con un porto, sot- toposta alla metropoli d'Efeso, ed eietta nel quinto secolo, chiamata anche Passaggio, e Ritrè. Secondo Strabone, diede essa il nome alla celebre sibilla Eritrea , ovvero vi ebbe i natali. Questa città fu eret- ta da Neleo, figlio di Codro. Pau- sania pretende che avesse per fon- datore Eritreo figlio di Radaman- to, che vi condusse una colonia ; ina Cnopo essendo quivi giunto con una quantità di jonii, la ingrandì, e la popolò sempre più. Aveva un tempio di Ercole, e due porti, uno chiamato Casytes, l'altro Eritreo. Si conoscono cinque vescovi, che vi ebbero residenza , cioè Eutichio , Draconzio, Teotisto, Eustazio, e Ar- saflo. Oriens Christ. t. I, p. 727. Eritrea o Colira, Aerftren., al pre- sente è un vescovato titolare in partibus infidelium, sotto il patriar- cato pure in partibus di Costanti- nopoli.
ERETRIA. Città vescovile di Eubea, sulla riva del mare^ poco distante da Calcide o Negroponte, in faccia alla foce deìVAsopus, che sul continente formava in questo luogo i limiti della Beozia, e quel- li dell'Attica. Si congettura essere stata questa città eretta da alcuui
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ateniesi , avanti di Troja, secondo Strabone, e posteriormente, al dire di Erodoto. Portò prima i nomi di Melaneis e di Arobia; fu per lungo tempo considerabile^ ed era in uno statò florido sotto il regno di Dario figlio di Itaspe. Allorché i Persiani portarono la guerra nella Grecia, fu questa città da essi di- strutta. Si riedificò ben presto, di- venne ricchissima , e sussìsteva al tempo di Strabone. Menedeo vi sta- bili una scuola di filosofia, i cui di- scepoli chiamaronsi Eretri. Al pre- sente non resta che la memoria e la persuasione che esistesse in un suolo chiamato dai greci moderni Gravalinais. Al presente Eretria e Vatia, Eretrian., è un titolo vesco* vile ut partibus , sotto la metro- poli egualmente in partibus di Cal- cide, ossia Negroponte. Il regnali* te Pontefice , ne fece vescovo in partibus , monsignor Andrea Scott> ed insieme vicario apostolico del distretto occidentale di Scozia, vi- cariato che tuttora funge , e go- verna.
ERFORT, ERFURT (Erfordia). Città Vescovile negli stati Prussia*- ni, provincia di Sass, capoluogo di reggenza e di circondario, già ca- pitale della Turingia, fra Weimar e Gotha, altre volte chiamata Bi- cungium o Bicorgium. Questa cit- tà viene da alcuni posta nella Mi- snia. Dicesi inoltre, che Meroveo re di Francia desse ad Erfort il suo nome, e perciò venne anche chia- mata Merigisburgo. E cinta di mu- ra e fosse, non che difesa da una cittadella chiamata Petersberg , e- retta sopra la collina che domina la città, e dal forte Cyriaksburg. La città è assai estesa, ma una parte del luogo che occupa è com- posta di soli giardini, oltre sei sob-
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l)orglii. Rinchiude qualche hel cdi- fìzio, e fra le chiese cattoliche é degna di osservazione l'antica cat- tedrale. Vi sono utili stabilimenti, come un monistero di orsoline, due orfanotrofi, ec. Uno di questi prima era convento, ed ivi Lutero avea fatto la sua professione religiosa. Avvi pure un'accademia di scienze ed arti, una biblioteca, un museo, un gabinetto di storia naturale, ec. L'università di Erfort fondata, se- condo alcuni, nel i3(>2, e secondo altri nel i 392, fu riunita a quella di Halle nel 1816: il fondatore era stato Corrado Winsperg, ot- tantesimo arcivescovo di Magonza. L'origine di questa città risale al quinto secolo, e prese il nome che porta dal castello situato nelle sue vicinanze, il signore del quale a- veva un diritto di pedaggio dal castello alla città, che al tempo di s. Bonifacio era già considerabile. L'imperatore Lodovico II, nell'852, vi tenne i comizi provinciali ; ed Enrico I, e Ridolfo I vi adunaro- no una dieta imperiale. La città fu anticamente alleata coi margra- vi e landgravi di Misnia, Assia e Turingia, cogli arcivescovi di Mag- deburgo, coi duchi di Sassonia , e con altre case sovrane. Benché non sia mai stata città immediatamen- te, e libera dell'impero, .ciò non ostante fu in possesso di vari di- ritti signorili e privilegi. Le pre- tensioni, che l'elettore di Magonza ebbe sopra questa città , sino dai tempi dell'imperatore Ottone, il quale donolla agli arcivescovi di Magonza, dopo la morte di Bur- cardo signore di Turingia, furono soggette a molte controversie. Do- po che Erfort abbracciò il lutera- nismo, gli arcivescovi perdettero la loro autorità, ed i borghesi si po-
ERF sero sotto la protezione dei duchi di Sassonia. Il re di Svezia Gu- stavo se ne impadronì, quindi nel 1648, pel trattato di Osnabrulv, ri- tornò sotto il dominio degli arci- vescovi di Magonza. Gli abitanti non volendo obbedire, furono dal- l' imperatore posti al così detto bando dell'impero; ed il re di Francia mandò truppe all' arcive- scovo di Magonza, che nel 1664 lo fecero padrone della cittadella, la quale fu per lui governata da un governatore, ossia Vìce-Domi- nus, che sceglieva dal suo capito- lo, ed al quale il popolo prestava giuramento di fedeltà. Appartenne poscia alla Prussia a titolo d' in- dennizzazione, indi fu ceduta alla Francia nel trattato di Tilsit. Suc- cessivamente venne riunita alla Sas- sonia ; ma dopo la battaglia di Je- na, la città cadde nel potere dei francesi , con un parco di cento venti pezzi d'artiglieria. Nel 1808 quivi ebbe luogo una memorabile conferenza fra l'imperatore di Rus- sia , e quello di Francia ; e nel 181 3 questa piazza protesse forte- mente la ritirata dell'armata fran- cese dopo la battaglia di Lipsia.
La sede vescovile venne eretta in Erfort, verso l'anno 742, da s. Bonifacio apostolo dell' Alemagna , lo che approvò il Pontefice s. Zac- caria. S. Bonifacio vi pose per ve- scovo il beato A delardo, che ne fu il primo e l'ultimo vescovo, dappoi- ché essendo egli, insieme a s. Bo- nifacio, stato ucciso nelle missioni di Frisia, il vescovato di Erfort fu unito a quello di Magonza. La chiesa collegiale principale è dedi- cata alla beata Vergine. Prima in Erfort, e nella sua diocesi eranvi alcune abbazie e monisleri. Sicco- me questa città era troppo lonta-
ERF na dalla sua metropolitana, gli ar- civescovi di Magonza avevano l'u- sanza di nominare un suffraganeo che risiedeva e faceva le funzioni episcopali in Erfort , e nei paesi vicini di Assia, Turingia, Eichsfeld e Sassonia.
Concili dì Erfort.
Il primo fu celebrato Tanno 932 il dì primo di giugno, sotto En- rico I re di Germania. Vi si fe- cero dai vescovi cinque canoni. Con essi venne vietato di patrocinar le cause ne' giorni di domenica, nelle feste, e ne' giorni di digiuno; ed ai giudici fu imposto di non rice- vere citazioni di alcuno avanti di loro, nelle settimane che precedono la festa di Natale, e quella di s. Gio. Battista, ne dalla quinquage- sima fino all'ottava dopo Pasqua. Venne ordinata la celebrazione del- le feste dei dodici apostoli, e di digiunar le vigilie, che sino allora erano state osservale. Si vietò di presentar libelli, di citare in giu- dizio quelli che vanno alla chiesa, o che vi sono, affine di non distorli dalle preghiere, e d' imporsi da per te digiuni, che alcuni facevano più per superstizione, che per pietà. Pagi, ad hwic annum; Diz. de Con- cili.
11 secondo fu tenuto l'anno 1078, a' io marzo, non però riconosciu- to. Vi si divisero le decime di Tu- ringia tra Enrico IV re de' roma- ni, e Sigifredo arcivescovo di Ma- gonza, di cui le principali erano delle abbazie di Fulda e di Her- feld. Diz. de' Concili. Il Mabillon, A nnal. s. Bened. t. V, p. 72, al- l'anno 1075, lo dice celebrato nel 1074, ed accennato come di Ma- gonza, se pure non è il seguente.
ERG Si
Il terzo ebbe luogo nel 1074 in ottobre. Sigifredo arcivescovo di Magonza volle assoggettare gli ec- clesiastici ai decreti del concilio ro- mano dello stesso anno contro la simonia, e la incontinenza de' chie- rici; gli costrinse a non più indu- giare, ed a rinunziare o al matri- monio, od al servigio degli altari. I chierici allegarono molti pretesti per eludere le provvidenze dell'ar- ci vescovo^ che sarebbe stato ucci- so, se i suoi vassalli non avessero quietato i più furibondi. In que- sto concilio volle reprimersi anco la simonia. Diz. de' Concili.
Il quarto si adunò nel 11 49- Fu presieduto dall'arcivescovo di Magonza, Enrico, che vi terminò le vertenze tra l'abbate di Burgi- lin, e il conte Piron eh' erasi im- padronito di alcuni beni dell' ab- Jjazia. Venne inoltre deciso che l'in- cestuoso conte d'Hildensheim non potesse contrarre matrimonio prima di aver fatto la penitenza che gli verrebbe imposta. Venne inoltre citato l'abbate di Harevelde, il qua- le senza consultare l'arcivescovo di Magonza, aveva accettato l'abbazia di Fulda. Mabillon, Annal. s. Be- ned. tom. VI, pag. 466 ; Mansi , Suppl. t. II, col. 47 2«
Il quinto concilio si tenne l'an- no 1^35. Si ordinò che venissero celebrate tutte le feste, le quali a- vevano un officio proprio. Mansi, Suppl. t. II, col. 919.
ERFORT. F. Herford.
ERGASTOLO oERGASTULO (Ergastulum). Prigione in cui si tenevano anticamente gli schiavi incatenati a lavorare. Oggi si pren- de per carcere ristrettissimo. Bion- do da Forlì, nella sua Berna trion- fante _, a png. 161, parlando delle diverse carceri dell'antica Roma,
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dice che l'Ergastolo era un luogo, ove si condannavano i colpevoli a farvi qualche lavoro, come soleva- no essere i gladiatori, e quei che segavano i marmi. Il Macri , alla voce Ergasterium, racconta che fu usata per significare il mouistero , un luogo di lavoro, il pubblico tributo che pagavano le officine della città, ed anche il postribolo. y. Carcere, e Lipsio, de Ergastu- list II, i5. Nello stato Pontifìcio, ed in Corneto, avvi il carcere pei chierici colpevoli , che appunto si chiama Ergastolo. Di esso parlam- mo al voi. IX, pag. 263, ed al voi. XVII, pag. \hi del Diziona- rio; ma colla qualifica di Pia ca- sa di penitenza. Gio. Giorg. Simon scrisse de Ergasteria disciplinaria, Jenae 1678.
ERIBERTO (s.). Trasse i natali da un'illustre famiglia della Ger- mania, e compi i suoi studi nel monistero di Gorze in Lorena. Tornato a Worms sua patria, di- venne prevosto di quella chiesa, e di poi cancelliere dell' imperatore Ottone III. Fu chiamato in segui- to a reggere la chiesa arcivescovi- le di Colonia. Egli si recò a Ro- ma a ricevere il sacro pallio dalle mani del Pontefice Silvestro II, e partito per Colonia, fu ivi conse- crato il dì 24 dicembre 999. Con quella sollecitudine, eh' è propria dei più santi pastori, resse Eriber- to la chiesa affidatagli , e la sua carità verso i poveri, la sua umil- tà, ed il suo fervore nella preghiera, gli attiravano di continuo l'ammi- razione e venerazione dei suoi dio- cesani. Finalmente, occupato nella visita pastorale, fu colto da grave malore, e dovette fermarsi nella piccola città di Duitz, ove placida- mente morì li 16 marzo 1022.
ERI
L'atto di sua canonizzazione asse- gna la di lui festa ai 16 marzo.
ERICO di Svezia (s.). Sino dalla sua prima età incominciò Erico a fornire la mente collo studio delle scienze, e adornare il cuore di ogni cristiana virtù. Divenuto adulto, si unì in sacro nodo con Cristina fi- glia d' Ingone IV, re di Svezia. Morto che fu Smerchero II, con- vocati gli stati, scelsero gli svedesi Erico per loro re, e lo collocaro- no sul trono. Governò egli da sag- gio re, vegliando sopra se stesso coll'assidua preghiera, coll'austerità del digiuno, e adoperandosi verso i suoi popoli affinchè esattamen- te amministrata fosse la giustizia, sbandita la prepotenza, e tolto il mal costume. Di spesso si recava al letto degli infermi, e li solleva- va, se poveri, con larghe limosine. Fabbricò molte chiese, e con savie leggi represse gli abusi, ed assicu- rò la pubblica tranquillità ne' suoi stati. Benché d' indole pacifica, non potè sottrarsi di prender l' armi ; ma noi fece mai per capriccio, né per voglia d' ingrandimento , solo per difesa de' suoi popoli. Assog- gettata la Finlandia, perchè questa era in preda al paganesimo, diede l' incarico di predicarvi il vangelo a s. Enrico vescovo di Upsal , e fece anche innalzare un gran nu- mero di chiese.
Magno, figlio del re di Dani- marca, il quale vagheggiava per mire ambiziose la corona di Sve- zia, aizzato da alcuni svedesi osti- nati nel paganesimo, cospirò contro i giorni del santo re Erico, e rag- giuntolo nel momento che usciva dalla chiesa, nel giorno dell'Ascen- sione, dopo aver udita la messa, i congiurati si slanciarono contro di lui, lo rovesciarono da cavallo, ed
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offeso in mille modi, gli mozzaro- no per ultimo il capo in odio dei- la religione. Il suo martirio accad- de il giorno 18 maggio dell'anno 1 1 5 1 . Il suo corpo si conserva tuttora incorrotto nella chiesa di Upsal, e molti miracoli furono o- perati alla sua tomba. La festa di lui è assegnata ai 18 maggio.
ER1MANNO, Cardinale. Non ci e chiaro a qual titolo e diaconia, O ordine cardinalizio, Erimanno ap- partenesse, perchè il suo nome trovasi scritto semplicemente in una bolla spedita in Cremona da Ur- bano II nel 1095, a favore dei monistero di s. Egidio, la quale fu anche confermata nel concilio di Piacenza.
ERINDELA ( Aeryndelen.). Se- de episcopale d'Asia, nel patriarca- to di Gerusalemme, sotto la me- tropoli di Tarso. Con tal qualifica, e con quella di titolo vescovile ira partibus > la santa Sede conferisce questa dignità. V. Mireo, Not. E- piscopatuurn.
ERIOPOLI. V. Tripoli. Sede epi- scopale della Fenicia marittima, e ti- tolo vescovile ira partibus infidelium.
ERISSO , seu Hierissus. Città vescovile della provincia di Mace- donia nella diocesi dell' Illiria orien- tale, sotto la metropoli di Tessa- lonica, ed eretta nel nono secolo, al dire di Commanville, il quale inoltre aggiunge che divenisse poi arcivescovato onorario. Era situata a' piedi del monte Athos, e fu pur chiamata Agios Oros3 Monte San- to, ed Apollonia. Si disse Monte santo, o sagro, dal gran numero di monaci, i quali vi dimoravano, tutti governati dal vescovo. h'Oriens Christ.j t. II, p. 100, registra tre vescovi. Davide del 1 564 ; Euge- pio suo successore, che scrisse al-
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l'arciduca Carlo esponendogli quan- to soffrivano i monaci dagli otto- mani; e Daniele, che viveva nel 1720. Al presente Erisso, Aran- then.j è un titolo vescovile ira par- tibus} che conferisce il sommo Pon- tefice, sotto l'arcivescovato egual- mente ira partibus di Tessalonica.
ERISSO , seu Hierissus. Sede vescovile della seconda provincia dell' isola delle Cicladi, nell'esarca- to d' Asia , eretta nel nono secolo secondo Commanville, Hist. de tous les arch. et évéq.9 e fatta suffra- ganea della metropoli di Mitilene.
ERITREA. V. Eretrea.
ERIVAN, IREWAN, o REVAN (Revanum). Città arcivescovile della Persia, già capitale della grande Armenia, nel patriarcato di Ezmia- zin , capo luogo di provincia, e di distretto, sulla riva sinistra del Zenghi. È composta di circa due mila case sparse in mezzo a campi fertili e deliziosi giardini, ed è di- fesa da una fortezza, situata sopra una roccia che s'innalza perpendi- colarmente a cento tese al di sopra del livello del Zenghi, protetta dal lato opposto da una larga fossa, a secco, su cui si gettarono dei ponti amovibili. Questa fortezza ha un doppio recinto di terra , fiancheg- giato da torri, e rinchiude il pa- lazzo del governatore, edifizio so- lido ed elegante, una bella mo- schea, una fonderia di cannoni, delle caserme ec. Gli abitanti, per la maggior parte armeni, fanno un commercio considerabile coi rus- si ed i turchi. Conta circa dieci mila abitanti.
Erivan, secondo l'opinione degli armeni, è il luogo in cui ritirossi Noè, dopo essere disceso dal mon- te Ararat, ove arrestossi l'arca. L'istoria de' turchi fa provenire la
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paiola Erivan da un verbo ar- meno che significa vedere, e' dice che si diede un tal nome alla città, perchè il suo territorio fu il pri- mo scoperto da Noè, appunto quan. do scese dall' Ararat. Altri dicono, che la parola Erigati significa ap- parizione, perchè a chi discende dal monte Masis, il quale nella Scrit- tura è detto Ararat, apparisce sol- tanto la pianura, ed il paese di E- rivan ; ed ancora perchè quivi ap- parve, dopo il tremendo diluvio , l'arca di Noè. Non vi è apparenza che questa città sia stata eretta prima della conquista degli arabi in Armenia, mentre non vi si scor- ge nemmeno segno di remota an- tichità. Un tempo stava un terzo di lega più lunge, ma avendo mol- to sofferto nelle guerre Ira i tur- chi ed i persiani, ed essendo sta- ta quasi distrutta in seguito di lun- ghi e diversi assedi , venne riedi- ficata nel i635, sul luogo che oc- cupa presentemente. I turchi se ne impadronirono nel i582; e costrus- sero la sua fortezza , la quale fu presa dai persiani nel 1604. Però i turchi vi rientrarono dopo la morte di Abbas I, nel 1629; ma poscia Cha-Sefi, sultano di Persia, gli scacciò nel i635. Tuttavolta nel 1724 nuovamente i turchi si impadronirono della fortezza con grande loro sagrifizio , ma venne ripresa dai persiani nel 1748, che la conservarono sempre, respingen- do con somma perdita anche i rus- si, i quali, nel 1808, tentarono d' impadronirsene. A due leghe e- ravi il celebre amnisterò, detto dai turchi delle tre chiese, ossia Ezmia- zin. Sui confini del territorio di Erivau si vedono le rovine della città chiamata dagli antichi Arta- xala> e fra esse gli avanzi del pa-
ERK lazzo di Tiridate: altri però asse- riscono, che il palazzo di Tiridate fosse in Valarsciabat; cui forse al- cuni chiamarono Artaxata, ed al- tri, che Erivan sia subentrata alla detta città di Valarsciabat, cosi chiamata perchè fu edificata dal re armeno Valars. A dodici leghe dalla parte dell'oriente vi era la famosa montagna volgarmente det- ta di Ararat, e che i turchi chia- mano Agridg, cioè montagna alta, e gli armeni ed i persiani, Macis.
Erivan è registrato da Comman- ville pel primo arcivescovato della sede patriarcale di Ezmiazin, il cui arcivescovo risiedeva ad Armena- Perkìk.
ERIZI o SIZON. Città vesco- vile della Caria, nell'esarcato d'A- sia, sotto la metropoli d'Afrodisia- de, che Commanville disse eretta nel nono secolo. I vescovi Papia e Magno vi ebbero sede. Oriens Christ. t. I, p. 922.
ERKONWALDO (s.). Trasse i natali da un'illustre famiglia d'In- ghilterra. Egli sentì e secondò sino dalla sua infanzia una santa incli- nazione al servizio del Signore. Per otteuere perfettamente lo scopo, se- guendo i consigli dell'evangelio, di- venuto adulto, abbandonò la pa- tria, e si recò nel regno dei Sas- soni orientali. Venduti i propri be- ni, converti il ricavato nell 'erigere due monisteri, l'uno a Chertsey presso il Tamigi, e l'altro a Bar- king nella contea di Essex, e que- sto per religiose. Presiedette Er- konwaldo per molti anni al regi- me del primo, traendovi la sua santità di vita gran numero di di- scepoli. I] re Sebba, che domina- va in quei dì, da pari fama ecci- tato, chiamò il santo solitario a se- dere sulla cattedra episcopale di
ERL Londra, e venne consecrato da s. Teodoro vescovo di Cantorbery, nel- l'anno 6j5. Governò egli quella illustre e vasta diocesi pel corso di anni undici, con ogni sollecitu- dine, ed evangelica carità; final- mente spiro nel bacio del Signore. Fu seppellito nella sua cattedrale di Londra, e la tomba di lui di- venne celebre pei frequenti mira- coli. Ricorre la sua festività li 3o aprile.
ERLAUo ERLAW (Agrien.). Città con residenza arcivescovile nel regno di Ungheria. Oltre quan- to di questa illustre metropolitana dicemmo all' articolo Agria, qui aggiungeremo, che al suo odierno patriarca arcivescovo, dal regnante Pontefice fu dato in vescovo au- siliare, monsignor Carlo Rajner di Strigonia, fatto vescovo di Amoria in partibus, nel concistoro de' 17 aprile 1840; e che il primo ve- scovo fu Catapranus del 1099. So- no poi a nominarsi s. Buldo, il Cardinal Tommaso Bakacs del 1 49^, il Cardinale Ippolito d' Este del 1 498 , Benedetto Risdey, fondato- re dell'accademia Cassiovense, del 1648.
La cattedrale è dedicata ad o- nore di Dio, ed a s. Giovanni a- postolo ed evangelista, ante Por- tam La ti nani _, ed ha il fonte bat- tesimale , esercitando le funzioni della parrocchia tre cappellani. Fra le reliquie, che nella medesima si venerano, avvi il corpo di s. Sim- plicio martire. Il capitolo si com- pone di sei dignità, la prima del- le quali è il prevosto maggiore, di sei canonici, comprese le pre- bende del teologo, e del peniten- ziere, in tutto dodici canonici, ol- ire otto onorari, non che di altri preti e chierici per l'officiatura. Le
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dignità, oltre il preposto maggiore, sono il lettore, il cantore, il cu- stode, il preposto della B. V. Ma- ria de Castro, l'arcidiacono, e l'ar- cidiacono di Pankota. L'episcopio, vasto edifizio, è vicino alla sontuo- sa e ricca cattedrale. Nella città vi sono cinque conventi pei reli- giosi, il seminario cogli alunni, l'o- spedale, ed altri utili e pii stabili- menti. Ogni nuovo arcivescovo è tassato ne'libri della cancelleria a- postolica, in fiorini tremila, in pro- porzione delle pingui rendite della mensa, e della sua ampia arcidio- cesi.
ERLUFIO (s.). Mosso dall'esem- pio di vari missionari, che percor- revano l'Alemagna predicandovi il vangelo di Gesti Cristo, abbandonò Erlufio la patria, e si diede con santo zelo a raccogliere frutti co- piosi nella mistica vigna. Promos- so dipoi al vescovato di Verden, egli adempì esattamente ai doveri dell' episcopato , e si rese degno sempre più. della altrui stima e venerazione. Alcuni però di quei barbari, in vendetta dell'abbando- no, che ne sentivano i falsi loro idoli, per i trofei riportati dalla predicazione di Erlufio, il trucida- rono in Eppokstorp l'anno 83o. Il giorno io febbraio è sacro alla sua memoria.
ERMANO Giuseppe (b.). Da po- veri genitori nacque in Colonia sotto l'impero di Federico Barba- rossa. In età assai verde si ricovrò nel monistero di Steinfeldt diretto dai canonici regolari di Premonstra- to. Attendendo con ogni sollecitu- dine alla vita contemplativa , vi pervenne egli rapidamente in grado sublime, a mezzo del digiuno, del- l'umiltà e dell'orazione. Molte fu- rono le tentazioni , a cui il mali-
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gno spirito volle esposto il nostro santo, ina egli seppe rintuzzarle tutte col favore della grazia cele- ste. Vivamente divoto alla Vergine santissima, ricordava con tenerezza di affetto a Gesù. Cristo il mistero di sua incarnazione, e si sentiva in soave estasi rapito, ogni qual- volta recitando le laudi, giungeva al cantico Benedictus. Giunto al ter- mine di sua vita, vi si dispose con quella tranquillità, che non può esser sentita se non da chi è in pace col suo Iddio. Il giorno 7 aprile del 1236 Etmano volò al cielo, e fu sopran- nominato Giuseppe per la sua ca- stità. È onorato nei Paesi Bassi, ed il suo corpo riposa nell'abbazia di Steinfeldt. La sua festa è fissa- ta il di 7 aprile.
ERMANNO, Cardinale. Erman- no, creduto da alcuni appartenente alla famiglia Cibo, conseguì dal Pa- pa Alessandro li, del 1061 , il grado di Cardinale, col titolo pre- sbiterale de* Santiquattro o piutto- sto di s. Vitale , come vogliono altri autori. Nel pontificato di Ur- bano II fu arciprete della Chie- sa romana, e sebbene fregiato di tanta dignità, pure per volontà del Pontefice, portò il pallio all'arci- vescovo di Milano, per singoiar di- stinzione di quel pastore. S. Gregorio VII Io spedì legato nella Corsica, do- ve ebbe molto a sofferire in difesa della giustizia e della fede. Si fa menzione di Ermanno negli atti sinodali promulgati da Urbano II nella città di Troja nella Puglia, e così pure nella vita dell'anzidet- to Papa, scritta da Pandolfo Pi- sano.
ERMANNO, Cardinale. Erman- no suddiacono e notaio apostolico, al quale il Panvinio attribuisce il titolo di maestro, nei principii del
E KM pontificato di Alessandro III eser- citò l'ufficio di vice cancelliere, e fu creato prete Cardinale del ti- tolo di s. Susanna alle due case. Soscrisse una bolla, nel 1 1 66, spe- dita da quel Pontefice a favore del monistero di s. Croce in Gerusa- lemme di Roma. È probabile cosa, che la morte di lui sia accaduta nel 1172, dopo cinque o sei anni di Cardinalato. Sappiamo infatti che il suo titolo nel 1171 era pas- sato ad altro soggetto.
ERMANNO, Cardinale. Erman- no fu creato diacono Cardinale di s. Angelo, nella sesta promozione fitta da Alessandro III, nel 1179- Stese di sua mano una bolla, spedita in Laterano dal nominato Pontefice a favore della chiesa e del moniste- ro di s. Clemente dell'isola di Pe- scara. L' Ughellio ci riferisce, che l'originale di questa bolla si con- servava presso il Cardinale Giro- lamo Colonna, commedatario del- l'anzidetto monistero.
ERMAS (s.). Romano di nasci- ta, e da illustre famiglia sortito, si diede Ermas a seguire la scuo- la degli apostoli , e meritò che lo stesso s. Paolo lo ricordasse in una sua lettera diretta ai Roma- ni. Pieno di fervore e molto be- ne versato nelle divine lettere, com- pose un libro intitolato del Pasto- re. Questa opera è scritta in uno stile semplice e pieno di unzione, ed è divisa in tre parti. La prima e la terza rapportano molte rivelazioni in forma di apologhi, per condurre i cuori alla santità de' costumi; la seconda poi, divisa in dodici capito- li, racchiude le principali regole della morale cristiana. A questa seconda parte diede Ermas il tito- lo del Pastore; perchè il di lui angelo tutelare gli appariva, sotio
ERM quella figura per istruirlo, quando egli la scriveva. Una gran prova si è questa dell'antichità della dot- trina cristiana intorno agli Angeli custodi. Visse sotto il pontificato di s. Clemente I, è ascritto nel novero dei santi, e la sua festa è assegnata li 9 maggio.
ERMELANDO (•.). Nacque Ér- melnndo in Noyon da nobili geni- tori, e conobbe per tempo, che la vera nobiltà consiste nel seguir la virtù. Penetrato di questa verità, nel corso de'suoi studi non mai si permise di accomunarsi coi giovani suoi pari, e visse sempre a se, man- tenendosi puro ed incontaminato. Spedito alla corte di Clotario III, servì quel principe in qualità di coppiere, ed accortosi che i suoi si adoperavano per provvederlo di una sposa , coll'assenso del re si allontanò dalla corte. Rifugiatosi nel monistero di Fontanelle, e ri- cevuto da s. Lamberto, intraprese il suo noviziato. Compito questo, fu ammesso alla professione, e per la sua specchiata virtù venne an- che ordinato sacerdote da s. Audeno arcivescovo di Rouen. Alcuni anni dopo fu spedito a Nantes dal santo vescovo Pascano, con altri suoi compagni , e da di là passarono nell'isola di Aindre, ove fabbrica- rono due chiese, che divennero poi celebri sotto il nome della badia di Aindre. Governò egli santamen- te pel corso di vari anni in quali- tà di abbate quel monistero, e final- mente sentendosi dalle fatiche, dal- l'età, e molto più da' digiuni vicino al termine di sua vita , rinunciò al governo a lui affidato. Placida- mente spirò verso l'anno 710. Il martirologio romano assegna la sua festività il dì i5 marzo. ERMELINDA (s.). Presso Lo-
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vanio, città del Brabante, trasse i suoi natali Ermelinda nel sesto se- colo. Nell'età di anni dodici consa- grò al Signore la sua virginità. I genitori di lei tentarono inutilmen- te di torla dal suo divisamento, e dopo averne sperimentata la co- stanza, le diedero un pieno assen- so. Per sottrarsi da ogni monda- na distrazione, si rifugiò in un luo- go chiamato Bevec, ed ivi visse in orazione e nel digiuno, per viep- più piacere al celeste suo sposo. Passava dal ritiro alla chiesa, e perchè ebbe a conoscere un gior- no, che due giovani tendevano lac-* ci alla sua virtù, fuggì di subito da Bevec, e si recò a Meldrik, ed ivi consumò il resto del vivere suo conducendo una vita solitaria, e tutta spesa in austerità e vigilie. Spirò santamente il dì 29 ottobre sul terminar del sesto secolo, È ono* rata con celebrità a Meldaert nel Brabante, e la sua festa ricorre in tal giorno.
ERMENEGILDO (s.). Da Leo- vigildo re de' goti in Ispagna nac- que Ermenegildo, e fu allevato nell'arianismo. Cresciuto negli anni, s'impalmò con Ingonda, cattolica zelantissima, e figlia di Sigiberto re d'Austrasia. Il padre di lui as- sociatolo alla dignità reale, gli die- de a governare porzione de' suoi stati, ed ebbe Siviglia per capitale. Le virtù di Ingonda e le continue ammonizioni , eh' ella dirigeva al suo sposo , perchè abbandonasse l'arianismo, fecero tale impressio- ne nel cuore di Ermenegildo, che finalmente si arrese alle verità del- la cattolica fede, e dal santo ve- scovo di Siviglia Leandro fu rice- vuto nella Chiesa, ed unto col san- to crisma. Leovigildo sdegnato col figlio per un tal cangiamento di
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udienza, lo spogliò della corona non solo, ma il minacciò altresì eli ...ilo de' beni, tifila moglie e della vita medesima, se non muta- va consiglio. Ermenegildo ad una tale intimazione cercò l'appoggio di vari principi per contrapporre ia forza alle violenze paterne ; ma tradito nella implorala assistenza, non potendo resistere ad un asse- dio in Siviglia, che durò per più di un anno, si diede alla fuga, e si rifugiò a Cordova, e poscia ad Osselo. In questa città eravi una chiesa molto bene fortificata, ed in quella si rinchiuse con trecento uo- mini scelti. Non fu Ermenegildo neppur salvo in questo sacro asi- lo, che strappato a forza dai sol- dati del padre suo, tu caricalo di catene, tradotto a Siviglia qual prigioniero, e posto in una torre. Tentò Leovigildo, ora colle minac- ci e ed ora colle promesse, di con- durre il figlio a rinunziare al cat- olicismo ; ma costante il principe nella abbraeciata credenza , stava impavido attendendo il martirio. La prigione divenne intanto per lui una scuola di virtù; col digiu- no volontario si macerava, col ci- licio domava ia carne, colla fervi- da prece si univa a Dio. Il Sab- ba to santo deiranno 586, suo pa- dre incaricò un vescovo ariano a recarsi da lui, ed offerirgli la sua grazia, purché volesse ricevere la comunione dalle vescovili sue ma- ni. Ermenegildo rigettò con orrore una siffatta proposta, e rimproverò il vescovo cjual seguace di un'em- pia dottrina. Montalo il re sulle fùrie a sì franca condotta, ordinò che gli fosse mozzata la testa, ed Ermenegildo senza opporvi resi- slenza si sottomise al fiero colpo, il che seguì il giorno i3 aprile 3
EHM nel quale viene dal martirologio romano assegnato il suo glorioso martirio. •
ERMENEGILDO. Ordine tu/uc- sire di Spagna. Nell'anno 1808, per le discordie intestine della Spa- gna, e per le armi violenti di Na- poleone, il re Carlo IV dovette ce- dere il regno a Ferdinando VII suo figlio; quindi profittando Na- poleone di una occasione favore- vole, fece rinunziare ambedue alla corona, che diede al proprio fra- tello Giuseppe Bonaparte. Ma de- clinata la fortuna di Napoleone, si risolvette egli nel i8i3 di resti- tuire la Spagna, che mai aveva po- tuto domare, al legittimo re Fer- dinando VII, ciò che effettuò a' i5 dicembre. Tornato il principe nei suoi stati, dopo essersi occupato a riordinarli , per rendere durevole a' posteri la memoria del suo ri- torno al trono, nel 18 14 eresse l'or- dine cavalleresco di s. Ermenegil- do , acciò fosse di guiderdone a que' prodi sudditi che sì a lungo e con sì gran coraggio avevano sostenuto i suoi diritti alla corona, contro le forze del formidabile con- quistatore francese. Fu stabilita per decorazione a' cavalieri una croce, che sospesa ad un nastro di seta ondata di colore rosso, ma con orli colore di perla, si dovesse portare nella sinistra parte del petto; e in pari tempo furono pubblicati i sta- tuti dell' ordine.
ERMESIANI. Seguaci delle dot- trine di Giorgio Ermes. Questi nac- que in Dregerwald, nel principato eli Munster nella Westfalia. Studiò nel collegio o ginnasio di Rheines> dal 1785 al 1792, nel quale an- no passò a Munster per cominciar il corso di filosofìa nella universi- tà. Nello studiare teologia sorsero
ERM in lui diversi dubbi intorno a Dio, alla rivelazione, e alla vita eterna. Nel i 798 ricevette 1' uffizio di pro- fessore nel ginnasio di Miuister, continuando in pari tempo i stu- di filosofici e teologici ; encomian- do grandemente nelle sue lezioni Kant e Fichte. Nel declinar del 1798 ricevette la tonsura, quindi gli ordini minori, il suddiaconato, e nel febbraio 1799 il presbitera- to, a titolo della mensa così detta del principe. Nel 1807 fu fatto professore ordinario di dommatica neir università di Miinster, ed al- lora incominciarono le sue verten- ze sul metodo dell'insegnamento, e sull' uso della lingua tedesca , perchè con questa alterava il sen- so del rigoroso parlare teologico ; ed incominciò successivamente a far conoscere i suoi sentimenti, massi- me in un suo Parere intorno al- le controversie tra il capitolo di Miinster, ed il vicario capitolare , in opposizione ad un comando di Pio VII. Nel 18 19 pubblicò l' In- troduzione alla filosofia, e passò all' università di Donna a professo- re di teologia dommatica. Ivi nel seguente anno pubblicò la sua In- troduzione alla teologia cristiano- cattolicaj e continuando ad inse- gnare la teologia in quella univer- sità sino all'anno i83r, in questo mori a' 26 maggio, nell'età di cin- quantasei anni. Lungi dal fare la storia di Ermes, e de' suoi segua- ci, premettemmo questi cenni sto- rici , per riportare l' idea gene- rale che della dottrina di Ermes ci diede il dottissimo p. Giovanni Perrone della compagnia di Gesù, il celebrato autore delle tanto ac- clamate Praelectioncs theologicae , nel toni. VII degli Annali delle scienze religiose, a pag. 65.
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Domesticatosi Ermes, come si è detto, con la nuova filosofìa di Kant e di Fichte, e al nuovo metodo introdotto da Stalller, si propose niente meno che di date una di- mostrazione compiuta e rigorosa a priori, colla sola ragione; della reli- gione cristiano -cattolica. Rigettati perciò tutti i metodi seguiti dai santi padri, dagli scolastici e dai teologi che loro tennero dietro, volle tentare una via novella onde ottenere il suo scopo. A tal effetto risolvette di fare astrazione da tuttociò che credeva, e da tuttociò che sapeva; di presuppone che non vi fosse ancora per lui nulla di certo, uè di sicuro; di dubitare di tutto, non pur della dottrina cattolica, ma di qualsivoglia verità, dell'esistenza di Dio, di quella del mondo, e della possibilità stessa ben anco di giun- gere ad una cognizione qualunque di tutti questi oggetti. Pose perciò il dubbio positivo qual punto don- de cominciare le ricerche sue , e volle far prova se perverrebbe alla perfine a superare un cotal dub- bio col suo pensiero, e trovar cos\ un punto d'appoggio solido, un primo principio di cognizione e di certezza, da cui potesse in processo dedurre le verità tutte della reli- gione cattolica. In altri termini cercò di stabilire una base, e uno stabile fondamento su cui potesse da prima innalzare l'edificio di un sistema delle verità generali , indi successivamente, e per una conca- tenazione stretta e rigorosa , delle verità religiose, della verità cristia- na, e della verità cattolica, di mo- do che si trovasse in istato di for- mare definitivamente questo dilem- ma : o non si dà verità alcuna, o se si dà, questa verità è il catto- licismo. Tale è l' idea generale del
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lavoro di Ermes; tale lo scopo ch'egli si propose, al quale appli- cò l'animo con ostinata costanza , e a cui ottenere, lottò, com'egli confessa, seco medesimo più di venti anni. Fin dal i8o5 avea egli gittato il germe del suo sistema in un breve scritto che comparve al pubblico sotto il titolo di Ricerche su la verità interiore del cristia- nesimo. Piti tardi poi, cioè allor- ché credette avere raggiunto il fi- ne che si aveva prefìsso, diede in luce l'opera grande della Intro- duzione, divisa in due parti, della quale si è fatta menzione. Non che però ottenere il suo scopo, gli fallì esso intieramente, e tutto capovolse l' insegnamento cattolico, e tolse le basi della certezza, e con ciò della dimostrazione del cristianesimo e del cattolicismo.
Quindi insorsero due partiti, uno contrario ad Ermes, l'altro favore- vole : il primo lo accusò come au- tore di novità perniciose, e indu- centi allo scetticismo e al sovver- timento de' principii cattolici; il secondo che da lui prese il nome di Ermesiano, sostenne essere anzi il proprio maestro sommamente or- todosso, e sostenitore della vera fe- de e del cattolico insegnamento contro il protestantismo ed il ra- zionalismo. La lotta andò sì avan- ti, che ne venne in cognizione la santa Sede, la quale nel i833 ne incominciò 1' accurato esame , che continuò con lentezza e maturità, richieste dalla gravità della cosa, dappoiché la dottrina di Ermes agitava e teneva in dissensione di- verse provincie della Prussia, e spe- cialmente la Westfalia. Risultò da- gli accurati esami , contenere le opere di Ermes dottrine sovversi- ve del principio cattolico, e in gra-
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do più o meno grave erronee, con- venendovi pienamente i più cele- bri teologi di Germania; laonde il sommo Pontefice Gregorio XVI re- gnante, nel settembre 1 835 emanò il decreto di riprovazione e con- danna delle opere di Ermes. Nel voi. IX de' citati Annali, a pag. 32 1 e seg., è riportato : Ada Her- mesiana, ec. scripsitt p. I. Elve- nich, in cui il p. Perrone tolse ad esaminare il sistema filosofico del- l'Ermes ; e nel voi. X, a pag. 6 1 e seg., abbiamo : Esamina d'una diatriba contro il R. p. Perrone, scritta da un pseudo Lucio Sin- cero Ermesiano vero. Nel voi. XVI poi, a pag. 25 1, sono riportate: Ri- flessioni sul metodo introdotto da Giorgio Hermes nella teologia cat- tolica, e sopra alcuni speciali er- rori teologici del medesimo, disser- tazione che il eh. autore p. Per- rone recitò nell'accademia di reli- gione cattolica di Roma, meritan- do di stamparsi pure separatamente.
ERMETE (s.). Neil' anno 1 32 , durante la persecuzione di Adria- no imperatore , Ermete ricevette la palma del martirio in Roma. Nella via Salaria fu deposto il suo corpo, ed ornata la sua tomba con grande magnificenza dal supremo Gerarca Pelagio II. Parecchie chie- se vantano di essere arricchite del- le reliquie di lui, ed il martirolo- gio romano ne riporta la festa a' dì 28 agosto.
ERMINONE ( s. ). Nacque in Laon. Cresciuto in virtù e versato molto nelle scienze ecclesiastiche , fu promosso all'ordine sacerdotale. Divenne in appresso abbate di Lo- bes nell' Hainaut , succedendo de- gnamente a s. Ursmaro. La sua umiltà, l'austerità di vita, e lo spi- rito di preghiera edificarono i re-
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ligiosi a lui soggetti. Consecrato vescovo, fu anche dal Signore fa- Torito del dono di profezia. San- tamente mori il dì i5 aprile del- l'anno 737, ed in tal giorno il ro- mano martirologio ne assegna la festa.
ERMOCAPELIA (Hermocape- lia ) . Città vescovile della pro- vincia di Lidia, nella diocesi d'A- sia, sotto la metropolitana di Sar- di, la cui erezione risale al secolo nono. Teopisto e Niceforo ne fu- rono vescovi. Oriens Christ. t. I, p. 890.
ERMOGENE, Cardinale. Er- mogene Cardinale prete della S. R. C. e del titolo di s. Prisca, inter- venne ad un concilio celebrato nel 761 dal Papa s. Paolo I. Credesi che sia stato elevato a quella digni- tà dal Pontefice Stefano II, detto III, antecessore del nominato s. Paolo I.
ERMOGENE, pittore di profes- sione, innalzò nel secondo secolo cattedra di eresie in Alessandria. Diceva, che la materia era eterna ed increata, che i demoni doveano un giorno riunirsi alla materia, e che il corpo di Gesù. Cristo stava nel sole. Scrissero contro di lui Ter- tulliano, s. Teofilo, Eusebio e Lat- tanzio.
ERMOPOLI la grande. Città vescovile, e capitale della Tebaide, nel patriarcato di Alessandria, sot- to la metropoli di Antinoe, eretta nel quinto secolo, che Commanvil- le dice pur chiamarsi Benesuef. Pli- nio la chiama città di Mercurio, Mercurii oppidum, perchè vi si onorava questa divinità sotto la te- sta d'un cane. Alcuni pretendono che la Reata Vergine e s. Giusep- pe ivi si recassero con Gesù Cristo bambino, nella fuga in Egitto, e che vi fosse un tempio, i cui idoli
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cadessero a terra allorquando vi en- trò il Signore del mondo. A minia- no Marcellino asserice, che era una città celebre. Le sue rovine si vedono nel villaggio d'Achu- munein, nel basso-Egitto. Otto ve- scovi vi ebbero sede, cioè Conone, Fasileo, Andrea, Gennadio, Euge- nio, Paolo, Severo, Chail, ed un giacobita. Oriens Christ. tom. II, pag. 5g5.
ERMOPOLI la piccola. Città vescovile del primo Egitto, sotto il patriarca di Alessandria, e la me- tropoli di tal nome, eretta nel se- colo quinto. Strabone dice, eh' è vicina al Nilo dalla parte del mon- te. Fu ritiro famoso di un gran numero di monaci, ch'erano sotto la giurisdizione del vescovo della città. Commanville e il p. Vansleb dicono essere presentemente Demen- hour presso il Delta ove non sono più vescovi né melchiti, né copti. E- rodoto narra, che fu vicino a Sebe- nyte, piuttosto presso al mare, al- l'est di Ruto. Abbiamo dieci ve- scovi i quali vi ebbero sede, Am- mon, Draconzio, Isidoro, Dioscoro, Isaia, Gennadio, Zaccaria, Menna, Gabriele, ed un altro che fiori nel 1 147. Di tutti si riportano le no- tizie dal p. Le Quien, Oriens Christ. tom. II, pag. 5i4 e seg. Al pre- sente Ermopoli, Hermopolitan. , è un titolo vescovile in partibus , dipendente dalla metropoli in par- tibus di Damiata, che suole confe- rire la santa Sede. Ne portò il ti- tolo vescovile il celebre monsignor Dionisio Antonio Luca Frayssinous, l'autore della Difesa del Cristia- nesimo. Dopo la sua morte, il re- gnante Gregorio XVI, nel concisto- ro de' 27 gennaio 1842, lo con- ferì a monsignor Antonio Fuathow- ski di Posnania, che in pari tem-
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po lece sufTraganeo all' arcivescovo di Plosko in luogo di Pultow.
ERNESTINO. Ordine equestre di Sassonia. A seconda degli sta- tuti de' i5 dicembre i833, i du- chi della linea Ernestina, Federi- co di Sassonia- A Itenburg, Ernesto di Sassonia-Meiningen , e Hildbur- ghausen, per onorare la memoria della linea speciale di Sassonia-Go- tha-A Itenburg , estinta nel 1825, rinnovarono 1' Ordine dell'integrità germanica, che porta per divisa : fideliter et constanter, istituito già nel 1690 da Federico I duca di Sassonia - Gotha - A Itenburg , come un'onorifica distinzione, ed una ri- compensa al merito ; però tutti i principi del ramo Ernestino, appe- na nati, per diritto sono noverati alla prima classe di questo ordine equestre. L'ordine si divide in quat- tro classi, cioè di gran croci, di commendatori di prima classe, di commendatori di seconda classe, e di cavalieri; rimanendo stabilito il numero dei membri in nove gran croci, dodici commendatori di pri- ma classe, diciotto della seconda , e trentasei semplici cavalieri , non comprendendosi nel numero gli stra- nieri. Coloro che sono fregiati del- la gran croce , nel tempo istesso sono aggregati alla nobiltà, tras- missibile ai discendenti; e ciascuno dei duchi delle tre linee, ha il di- ritto di nominare i propri sudditi a tutte le menzionate classi dell'or- dine, sino alla concorrenza del nu- mero prestabilito. Nell'ammissione degli stranieri, il cui numero è in- determinato , debbono concertarsi almeno due delle case ducali capi e conferitrici dell'ordine. Oltre le suddette quattro classi, vi è anco- ra una decorazione aggiunta all'or- dine medesimo della linea Erne-
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stina-. questa è la croce di merito in argento, e la medaglia del me- rito. I gran croci portano al lato sinistro del petto una piastra ot- tagona, alternativamente d'oro e di argento, sulla quale si trova im- pressa la croce bianca, e nel mez- zo un campo d' oro colla corona di ruta e l'epigrafe: fideliter et constanter. 1 commendatori della prima classe portano la croce, ma senza piastra al di sotto. Pei sud- diti sassoni, gl'impiegati civili han- no di più in questa decorazione una corona di quercia, e i soldati una corona di alloro. La decora- zione comune a tutte le classi, ma di differente dimensione, è una cro- ce ottagona smaltata in bianco, e incrostata d'oro: lo scudo della faccia principale della croce rap- presenta il busto del duca Erne- sto Pio, stipite della linea Erne- stina da cui piglia nome l'ordine, e nel rovescio si vede lo stemma, e l'epigrafe menzionata dell'ordine stesso. La medaglia poi ha sulla faccia il busto del fondatore di quella linea che la conferisce, e nel rovescio vi è il motto.
ERRHA, ERRA, seu HERRI. Sede vescovile della seconda pro- vincia di Arabia, nel patriarcato di Gerusalemme, sotto la metro- poli di Boslra, eretta nel secolo quinto. Ebbe un sol vescovo.
ERSK1NE Carlo, Cardinale. Car- lo Erskine, oriundo da nobile fa- miglia di Scozia, nacque in Roma ai i3 febbraio 1743. Sino dai tem- pi d'Innocenzo VI il capo della famiglia Erskine sedeva nel parla- mento d'Inghilterra col titolo di Pari sotto il nome di lord Niellie. Ricevuta una buona educazione letteraria e religiosa, e dedicatosi al servigio della santa Sede, siccome dotto nella giù-
ERS imprudenza, e celebre nell'esercizio dell'avvocatura, in Roma meritò che alcuni lo chiamassero il restau- ratore del bello scrivere forense nel latino idioma, prima di lui alquan- to trasandato. 11 perchè fu da Pio VI annoverato nel collegio degli avvo- cati concistoriali, quindi fu fatto ca- nonico della basilica vaticana, e promosso alla prelatura domestica, ed alla rilevante carica di suo udi- tore , dandogli poi in vice-uditore , monsignor Alessandro Lacchi ni pro- tonotario apostolico. Divulgatasi la voce di un congresso da tenersi dalle potenze belligeranti contro la Francia sulla pace generale, il Cardinal de Zelada segretario di stato, in data àe 6 giugno 1793, deputò e nomi- nò monsignor Erskh.e a rappre- sentare in detto congresso la santa Sede, e gli spedi conseguentemen- te le credenziali , e le istruzioni. Il medesimo Pio VI lo inviò in Londra colla qualifica diplomatica di residente presso la real corte di Inghilterra, o v'ebbe onorevole acco- glienza, e si vide ammesso in cor- te in abito nero ecclesiastico, cosa a quel tempo singolarissima. Essendo morto nel fine di agosto 1799 il Pontefice in Valenza di Francia, mon- signor Erskine a sue spese gli fece celebrare nella chiesa di s. Patrizio di Londra solennissime esequie , cui intervennero tutti i ministri delle corti cattoliche , insieme a quello di Russia, come si legge nel No- vaes, t. XVII, pag. 193, che nota fossero allora scorsi circa 270 an- ni dacché l'Inghilterra si era sepa- rata dalla Chiesa cattolica, nel qual tempo non 'eransi più praticati si- mili omaggi ai Romani Pontefici defunti; ciò che pure abbiamo dal Cancellieri, Possessi, p. ^.7.0. Tal pompa funebre, che non crasi più
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veduta né permessa dopo la lagri- mevole riforma, fu decorata da iscri- zioni lapidarie, che in islilcpurgatissi- mo ed ottimo gusto furono composte dallo stesso Erskine, e che venne- ro collocate intorno al tumulo; ed inter solcmnia vi si recitò l'elo- gio funebre. L'orazione poi dal- l'Erskine composta in lingua in- glese per tale circostanza, ebbe sì generale accoglienza e plauso, che nella medesima città di Londra fu obbligalo darla alle stampe, e ven- ne poscia tradotta e pubblicata in italiano da monsignor Pio Ferrari. Nel ritornare da Londra a Roma, passando per Parigi ebbe udienza da Napoleone, che nel congedarlo gli disse: mi piacerebbe esservi u- tile3 perchè vi stimo assai. In Lon- dra il nostro prelato avea sostenu- to la corrispondenza della congre- gazione di Propaganda fide colle missioni orientali, che sovvenne ge- nerosamente . lasciando poi a di- sposizione della congregazione la somma di 1 34/ 7 1 « ie sterline. 11 nuovo Papa Pio VII diede all'Er- skine per coadiutore nel! avvocatu- ra concistoriale monsignor Agostino Valle, quindi volendone rimunera- re i meriti, le virtù, e i servigi prestati alla santa Sede, mentre era pure suo uditore, nel concisto- ro de'3 febbraio 1801 lo creò Car- dinale dell'ordine de'diaconi, pub- blicandolo in quello de' 17 gennaio i8o3, nella settima promozione car- dinalizia. Indi gli conferì per dia- conia la chiesa di s. Maria in Cam- pitelli, annoverandolo alle congre.- gazioni del concilio, di Propaganda fide, deVili, e della fabbrica di s. Pietro. Divenne protettore del re- gno di Scozia, del collegio scozzese in Roma, del monistero di s. Fran- cesco detto di Monte Luce di Pe-
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rugia ; come ancora fu visitatore apostolico del monistero de'ss. A- gostino e Rocco nella terra di Ca- llaiola, e per un tempo fu anche pro-segretario de'brevi pontificii. In- vasa Roma dagl'imperiali francesi, il nostro Cardinale, come tutti gli altri, fu deportato in Parigi, dove morì, nell'età di 68 anni, ai 20 marzo 181 1, e venne esposto nel- la chiesa di s. Tommaso d'Aquino sua parrocchia, parata a lutto, es- sendosi posto sopra il letto del cadavere il baldacchino; e dopo le consuete esequie venne sepolto in quella di s. Genovieffa. Essendo e- gli morto nel giorno stesso che nacque il figlio di Napoleone, chia- mato il re di Roma, ed attese le pubbliche feste che per tale avve- nimento ebbero luogo, dovette il suo corpo rimanere nella casa quat- tordici giorni, celebrandovisi tutto dì messe ed uflìzi. 11 decimottavo giorno decretato avendo il consi- glio di stato che gli si rendessero gli onori come ad un senatore, fu perciò trasportato in funebre car- rozza con grande accompagnamento di milizia alla chiesa suddetta di s. Tommaso, destinata dal ministro dei culti a tali solenni esequie, coll'in- tervento del seminario di s. Sul- pizio, dei preti della parrocchia, e di tutti i vescovi e Cardinali che trovavansi allora in Parigi, prenden- do luogo dopo di essi il mini- stro de' culti in grand'abito di eti- chetta. Cantò la solenne messa di requie il Cardinal Giuseppe Doria, e dopo le consuete cerimonie , fu trasportato col medesimo corteggio in s. Genovieffa, e qui ricevuto da una deputazione del capitolo di nostra Signora ; e il curato nel consegnarlo all' arciprete della chie- sa ne recitò il funebre elogio a cui
ERU l'arciprete fece una bella risposta. Venne sepolto in una camera sot- terranea di detta chiesa di s. Ge- novieffa, ov' erano già stati sepolti i predefunti Cardinali Capraia, e Vincenti; ed inbalsamato, fu ri- posto nelle solite tre casse, come si costuma coi Cardinali. Venne scolpi- ta sopra una lastra di granito la modesta e semplice iscrizione com- posta dal medesimo porporato Er- skine, e trovasi ripetuta in una con- simile lastra marmorea, nella men- tovata sua chiesa diaconale di s. Maria in Campitela, o in Portico, di Roma.
ERUDIZIONE (Eruditio, Do- ctrìna ). Vocabolo che propriamen- te vale dirozzamento , ma si usa anche in significato di dottrina, e quindi dai nostri antichi scrittori si accennano uomini di grande e- rudizione, letterati di non ordina- ria erudizione, ec. Pigliossi poi in men largo significato l' erudizione per filologia, o sia dottrina e co- gnizione di molte cose, acquistate non per argomentazione o discorso, ma per semplice veduta o quasi veduta de* sensi o della mente, conservata nella memoria. Quindi si disse l'erudizione rara, vasta, meravigliosa, profonda, recondita, sacra, ecclesiastica, profana, filosofi- ca, istorica, filologica, ec, e talvolta anche triviale. Così il Dizionario del- la lingua italiana, e il Dizionario delle origini. Colle nozioni di questa seconda utilissima opera, e coll'au- torità di altri scrittori, aggiunge- remo altre erudizioni sul vocabolo erudizione, titolo di questo nostro Dizionario, nel quale parecchi so- no gli articoli eh' espressamente ri- guardano la scienza e il vocabolo erudizione , principalmente quella della antichità.
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L'erudizione, secondo il d'Alem- bert, è un genere di cognizioni, in cui i moderni si sono singolar- mente distinti per due ragioni : più il mondo invecchia, e più s'au- menta la materia dell'erudizione, e per conseguenza dee trovarsi al presente maggior numero di eru- diti , come maggiore quantità di ricchezze trovasi, allorché avvi mag- giore abbondanza di numerario. D'altronde l'antica Grecia non fa- ceva gran conto se non che della sua storia e del suo idioma , e i romani non erano se non che ora- tori e politici ; lo studio adunque dell'erudizione propriamente detta, non era molto coltivato dagli an- tichi. Tuttavolta trovossi in Roma sul finire della repubblica, e poscia sotto gl'imperatori, un piccolo nu- mero di eruditi , come il celebre Vairone, Plinio il naturalista, ed alcuni altri. Però il trasferimento della sede dell' impero a Costan- tinopoli, la divisione dello stesso impero, e in seguito la distruzione di quello d'occidente, annientarono ben presto in quel genere qualun- que specie di cognizioni in questa parte del mondo, massime nel se- colo decimo. Al secolo decimoquin- to si deve il risorgimento e glo- rioso incremento delle scienze, seb- bene possa fondatamente dirsi che in Italia rinato già fosse il gusto della erudizione* e coltivato gran- demente quello studio, massime dopo il ritrovamento e la pubbli- cazione de' classici greci e latini. L' oriente si sostenne per lungo tempo anche nei secoli che delti furono della barbarie, e la Grecia più o meno ebbe sempre alcuni uomini dotti, versali nella cogni- zione de libri, e specialmente nel- la storia. Ma que' dotti per lo più
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non leggevano e non conoscevano se non che i greci scrittori, ed al- cuni fanno loro il rimprovero di avere ereditato dagli antenati loro una specie di disprezzo per tutto quello che scritto non era nella lo- ro lingua. Tuttavia siccome al tem- po degl' imperatori romani, ed an- che avanti quel periodo, molti scrit- tori greci , come Polibio , Dione , Diodoro Siculo, Dionigi di Alicaiv nasso ed altri, avevano scritta la storia romana , e quella di altri popoli, così t' erudizione storica, e la cognizione de' libri anche sem- plicemente greci, formato aveva si- no da que' tempi un oggetto con- siderabile dello studio de' letterati d' oriente.
Costantinopoli ed Alessandria avevano due biblioteche riputatis- sime, come le aveva avute Roma : la prima fu distrutta nel secolo Vili , per ordine dell' insensato Leone V Isaurico, la seconda fu bruciata da' saraceni nel secolo pre- cedente. Fozio, che viveva sul de- clinar del secolo IX, allorché quasi tutto l'occidente era immerso nel- T ignoranza e nella barbarie più profonda , meno quelle eccezioui che in più luoghi abbiamo notalo, ci lasciò colla sua famosa bibliote- ca, o ragguaglio di molti libri, ch'e- gli aveva letti attentamente, un mo- numento immortale della sua va* sta erudizione, al modo che dicem- mo al voi. XX , pag. 8 del Di- zionario. Dal gran numero del* le opere, delle quali egli porta giù* dizio, o delle quali riferisce estrat- ti o frammenti, e delle quali è in oggi perduta una grandissima par- te, si raccoglie che la barbarie del* T imperatore Leone, e dei sarace- ni per comando di Omar, non ave- va ancora potuto distruggere lì
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gusto dell'erudizione nella Grecia. Benché i dotti, che successivamen- te fiorirono dopo Fozio, non fos- sero egualmente forniti di erudi- zione quanto quel grand' uomo, tuttavia per lungo tempo appresso la comparsa di quel patriarca sci- smatico, ed anche sino alla presa di Costantinopoli fatta nel i453 da Maometto II, la Grecia ebbe sempre alcuni uomini istrutti, o almeno versati nella storia de' loro tempi, e nelle lettere, tra' quali possono annoverarsi Psello, Tzetze, Suida, Eustazio commentatore di Omero, che fu poi arcivescovo di Tessalonica, non che Giorgio da Trebisonda, il Cardinal Bessarione, il patriarca Gennadio, ec. E qui ad onore dell'Italia nostra va notato, che la prima versione e illustra- zione latina del commento di Eu- stazio sopra l' Iliade di Omero, fu pubblicata in Firenze nel iy3o dall'eruditissimo. p. Alessandro Po- liti fiorentino delle scuole pie. Cre- desi comunemente che la distru- zione dell'impero orientale sia sta- ta la cagione, o almeno una delle cagioni che promossero il rinasci- mento delle lettere in Europa; e si vuole da alcuni, che i dotti del- la Grecia cacciati o fuggiti da Co- stantinopoli e ben accolti dal Pa- pa Nicolò V, e dai Medici di Fi- renze col loro sapere, e colle ope- re che seco portarono, ricondusse- ro i lumi della erudizione nell'oc- cidente, il che (dice il citato Alem- bert) non è vero se non in parte. Che le lettere greche e latine avessero da Nicolò V una grande protezione, Io abbiamo dalManni, Storia degli anni santi, pag. 72 e seg. Egli dice che per ordine di quel Papa, e con convenienti ono- rari vennero a beneficio universale
ERU tradotti dal Poggio Bracciolino dal greco in latino Senofonte, e Dio- doro Siculo; da Flavio Biondo fu scritta l' Italia illustrata; da Anto- nio degli Agli s'incominciarono a scrivere gli Atti de* santi j da Gre- gorio di Trebisonda si voltò in la- tino Eusebio della preparazione e- vangelica, Platone de legibus, VAI- mageston di Claudio Tolomei, ot- tantina omelie di s. Gio. Crisosto- mo sopra s. Matteo, e due orazio- ni di san Gregorio Nazianzenoj da Nicolò Peratto si tradusse Po- libio; da Lorenzo Valla Tucidi- de (per la qual versione Nicolò V gli diede di sua mano cinque* cento scudi ) ed Erodoto j da Gua- rino Veronese, e da Gregorio di Città di Castello, la Geografìa di Strabone} e la traduzione de' li- bri de regno di Dionej da Pietro Bandidio Decembrio, Appiano A- lessandrino; da Teodoro Gaza al- cune opere di Aristotile, e l' istoria delle piante di Teofrastoj da Egi- dio Libellio alcuni opuscoli di FUo- ne Ebreo; e da Giannozzo Manetti il vecchio e il nuovo Testamento. E laddove il Petrarca cento anni prima , per la lettura che faceva di Virgilio, veniva chiamato miscre- dente, nel pontificato di Nicolò V, l' Iliade, e V Odissea di Omero , da Orazio romano e da un altro, di comando del dottissimo Pontefice, munifico mecenate delle lettere e suoi cultori, in latini versi furono tradotte. Non deve tacersi che l'ar- rivo in Europa dei dotti dalla Gre- cia era stato preceduto dalla uti- lissima invenzione della stampa, e gli stessi francesi osservano che pre- cedentemente erano comparse le opere di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, le quali ricondotta avevano in Italia l'aurora del buon
ERU gusto e deir amore allo studio dei classici.
I suddetti greci di Costantino- poli riuscirono sommamente utili ai letterati di occidente per la pie* na cognizione della lingua greca , che incominciarono ad insegnare con regolare metodo, e della quale resero comune lo studio, forman- do allievi talmente ingegnosi, che ben presto eguagliarono e supera- rono i loro maestri. Lo studio profondo delle lingue greca e la- tina , e degli antichi autori che parlato e scritto avevano in quelle lingue, preparò insensibilmente gli spiriti ai buon gusto della erudi- zione., e della bella letteratura. Fu allora che i dotti dell'occidente si avvidero che Demostene e Cice- rone, Omero e Virgilio, Tucidide e Tacito, seguiti avevano gli stessi principii nell'arte di scrivere, e fa- cilmente ne trassero la conclusione, che quei principii erano i veri fon- damenti dell'arte. Ciò non pertan- to i veri principii del buon gusto, dice il citato d'Alembert, non fu- rono ben conosciuti ed accurata- mente sviluppati se non quando si ricominciò ad applicarli alle lin- gue viventi; e in questo ancora primi furono gì' italiani. Siccome la memoria tenace è il principal ca- pitale di un vero erudito, nell'in- titolare l'eruditissimo Cancellieri al celebre cav. Millin la Dissertazio- ne intorno agli uomini dotati di gran memoria, ec, cosi gli scrive- va: •> Finche ho avuto la sorte di •» starvi vicino a Parigi ed in Ro- * ma, non mi facea di mestieri » di consultare verun libro. Qua- » loia mi occorreva di procurar- » mi qualche notizia, o di sapere » quale autore avesse scritto sopra » qualunque materia, bastava che
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» a voi ricorressi, trovando un ar- * chivio, un museo, una bibliote- » ca sempre aperta nella vostra y> memoria. Poiché tenete, per dir « così, tutto il tesoro ed il capi- •» tale dell'immensa erudizione che » possedete, in pronto e lucidis- ti simo contante, da dispensare, e « d'arricchire chiunque ne abbiso- » gna ". 11 Muratori , il Tirabo- schi, l'Andres, e tanti altri sommi dotti, furono appellati principi dell'i- taliana erudizione, nella quale fu tan- to celebre il mentovato Cancellieri. In oggi il vocabolo di erudizio- ne si applica più comunemente a- gli studi della filologia, ossia stu- dio delle belle lettere, e di quello che chiamiamo appunto erudizione, non che dell'antiquaria. Egli è perciò, che per ultimo accenneremo quanto Filippo Buonarroti scrisse sullo studio e sulla difficoltà del- l'erudizione, nel suo proemio alle dotte Osservazioni istoriche sopra alcuni medaglioni antichi. Il vero sapere consiste in gran parte, non nell'avere apprese e conservate nel- la memoria molte cose, ma bensì nel discernimento di conoscerne il valore, la scienza di esse, le cose chiare e certe dalle dubbie, e la- sciare le inutili. E se veruna scien- za ha bisogno di un sì fatto pre- paramento d' intelletto , e cautela , lo studio dell'erudizione e della an- tichità è quello che ne ha una necessità particolare, non solo per le cagioni addotte, ma ancora pel gran numero degli scrittori, e per la varietà delle opinioni che ci sono, non che per la differenza degli stili, ond' è molto difficile in una strada tanto frequentata da ogni sorte d' ingegni seguitare le vestigie che conducono alla veri- tà. Ma siccome tali cose rendono
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difficile un tanto studio, è pur ve- ro che con grandissima utilità si assuefa l'intelletto, e lo rende più abile ad apprendere e seguire in ogui affare la verità; imperocché, se l'e- sercizio delle altre scienze ce lo restringe, per così dire, ad un cer- to, solo e regolato metodo , che non è tanto a proposito per gli altari comuni, lo studio dell' eru- dizione dall'altro canto è più adat- tato ad abilitarlo a ben discernere e giudicare negli accidenti, e nelle cose umane, le quali dipendono da congiunture e cagioni diverse ed uràni te, per la ragione che questa scienza dipende, come si è detto, da molti principi*!.
ERULI (Heruli). Questi anti- chi popoli ebbero l' origine nella Germania o nella Pomeriana, se- condo S trabone e Tacito, e furo- no prima chiamati Lemovii. Tolo- meo nella sua geografia , dice che gli eruli uscirouo dalle isole del golfo del Codano o dell'Ellespon- to Danico. Zosimo e Procopio che ci fanno conoscere i principii di questi popoli , attribuiscono loro un'estrema ferocia. Questi popoli entrarono in Europa , dopo aver passato lunghesso il Ponto Eussi- no. Gli uni si stabilirono sulle ri- ve del Danubio, altri si imbarca- rono, ma vi perirono in gran nu- mero. Fecero la guerra ai lom- bardi, e poscia agi' imperatori gre- ci, per cui Anastasio fece loro la guerra, e in parte li sottomise. Giustiniano 1 accordò loro delle terre, e li sollecitò a farsi cristia- ni, siccome poi diremo. Al dire di Procopio gli eruli entrarono in I- talia nell'anno 47^, avendo alla loro lesta Odoacre. Narra il Ri- naldi, all'anno 47 5, num. 3, che Giulio JXepote imperatore fu quel-
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lo, che per vendicarsi di Oreste, il quale avea proclamato imperatore il proprio figlio Romolo Augusto, detto per dispregio Momillo Au- gustolo, come sdegnato in un ai suoi partigiani, nulla curando la rovina d'Italia, chiamò gli eruli, popoli della Seandivania, inviando a tal uopo una legazione ad Odoa- cre, cui s. Severino avea predetto il suo futuro ingrandimento. Odoa- cre dopo poca resistenza, nel 47*> occupò anche Roma , depose Ro- molo Augusto rilegandolo nella Campagna, cioè in Luculiano, ca- stello vicino a Napoli, dando cosi fine al romano impero cinque se- coli dopo la sua fondazione > e la possente dominazione romana fon- data da Romolo, e stabilita da Augusto ebbe fine sotto l' infelice e debole principe, che indegna- mente portava il nome di ambedue. Lungi Odoacre di assumere la porpora imperiale, prese in vece l' insegne e il titolo di re d'Italia, fissando la sua sede in Ravenna (Fedi). Allora Roma venne consi- derata come città secondaria, sot- toposta al governo dei luogotenenti del re, e le sue provincie limitrofe formarono il ducato romano. Ri- cordevole Odoacre del vaticinio di s. Severino, gli scrisse invitandolo a domandare ciò che avesse volu- to. Odoacre mostrò molta mode- razione, e sebbene seguace dell'a- rianesimo, non turbò le cose sa- gre, e concedette varie grazie ai vescovi cattolici. L' erulo conqui- statore mise nel suo consiglio il celebre Cassiodoro , creandolo nel 485 conte delle rendite private, e tre anni dopo conte delle sagre largizioni. Indi nell' anno 487 vin- se Feba re de' rughi, e lo mandò schiavo con la moglie Gisa in Ita-
ERU lia, ove trasportò pure le sue genti quando superò Federico figliuolo di Feba, che avea ricuperato il pa- terno reame. Mal soffrendo Teo- dorico re degli ostrogoti o visigoti in Italia, che in questa nobile e bella regione regnasse pure O- doacre, ottenne l'assenso da Zeno- ne imperatore di oriente di mar- ciar contro di lui con poderoso esercito l'anno 489. Lo vinse in due battaglie, lo costrinse a rac- chiudersi in Ravenna, e dopo tre anni di assedio, Teodorico a' 5 marzo 49/3 ebbe per capitolazione la città, indi dopo pochi giorni a tradimento uccise Odoacre, termi- nando colla sua morte il regno degli eruli in Italia. Fu dunque nel 493 che Teodorico assunse il titolo di re de' goti e d' Italia, e Roma fu a lui sottoposta. Abbia- mo inoltre dal citato Rinaldi, al- l'anno 527, num. 52, la conver- sione al cattolicismo degli eruli, ed essendosi recato il loro re Getes a Costantinopoli, si fece battezzare, e l' imperatore Giustiniano I, ch'erasi servito degli eruli nella guerra di Persia, lo tenne al sagro fonte. Di questa conversione degli eruli ne trattano anco Evagrio e Niceforo. ERULI Eberardo, ovvero Ber- nardo, Cardinale. Eberardo Eruli nacque in Narni l'anno 1409. Giu- sta il Ciacconio e l'Ughellio ebbe i natali da famiglia volgare ed oscura ; ma secondo lo Sperandio, il Marchesi , il Viviano, sembra piuttosto che avesse abbastanza ci- vile casato. Ciò si conferma da quanto disse Pio II nel concistoro in riguardo all'Eruli, cioè non igno- bili loco natus. In qualunque mo- do però siasi la cosa, egli è certo che fino da' primi anni si rese lo specchio della integrità ne' coslu-
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mi, e la meraviglia comune per la profonda sua dottrina. Fu caro as- sai a Nicolò V, che Io fece refe- rendario, e lo ammise nel palazzo vaticano, affidandogli liberamente le cose di maggior importanza. Lo di- chiarò quindi uditore di rota, e nel i44^ gb' conferì il vescovado di Spoleti, da cui lo richiamò l'anno seguente per eleggerlo a suo vica- rio in Roma. Succeduto poi nel trono pontificio Calisto III, fu egua- le il grado di onore eh' ottenne presso questo Papa, ed anzi da lui sarebbe stato promosso alla sagra porpora, se le umane passioni che talvolta nascondonsi anche nelle persone eminenti, non gli avessero ingiustamente opposto de' speciosis- simi obbietti. Pio II però, non avu- to riguardo a' nemici di lui , a' 5 marzo 1460 , lo creò Cardinale dell' ordine de' preti , e gli asse- gnò il titolo cardinalizio di s. Sa- bina e l'abbazia delle tre fonta- ne. Decorato di sì cospicua digni- tà, visse con mensa frugale ed u- mile suppellettile, per modo di ren- dersi il modello dell'altrui condot- ta. Nondimeno sapea sostenere i diritti dell'alto suo grado con tale fermezza da lasciarne le più lu- minose memorie, e raccontasi nella vita di lui che non abbia voluto discendere a fare pel primo la vi- sita al secondogenito del re di Na- poli recatosi in Roma , sebbene i suoi colleghi l'avessero già fatta. In Narni avea fondato un ampio monistero ed uno spedale pei po- veri con una chiesa in Monterosi. Dimesso il primo titolo, nel i474j sotto Sisto IV, passò al vescovato di Sabina, e quindi sostenne la le- gazione di Perugia e dell'Umbria. Ebbe amicizia col Cardinale di Pavia, che di lui parla molto nel-
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